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Addio signora Rossanda

di

emergenza

Rossana Rossanda: comunista di testa e di cuore. Il ricordo firmato da Francesco Damato

Col corpo che ormai non le rispondeva più, come lei stessa raccontava agli amici dopo un ictus che l’aveva imprigionata su una sedia, Rossana Rossanda – “la ragazza del secolo scorso”, nel titolo voluto per la sua biografia quando era ancora in forze – è morta in tempo l’altra notte nella sua abitazione romana per non rimproverarsi di avere dovuto mancare il suo ultimo no: quello referendario al taglio grillino dei seggi parlamentari, con l’idea sacrale della politica che aveva. E che da lei hanno ereditato i giovani e meno giovani del suo manifesto, il quotidiano orgogliosamente comunista derivato dal mensile fondato nel 1969 con Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luigi Magri, Luciana Castellina, Valentino Parlato ed altri espulsi dal Pci per “frazionismo”.

Comunista di testa e di cuore, corazzata di una cultura che le procurò la nomina a responsabile dell’omonimo settore del partito ad opera di un segretario come Palmiro Togliatti, che all’Assemblea Costituente dialogava in latino e greco con Benedetto Croce, la ragazza del Novecento non si lasciò ingabbiare da nessuna visione opportunistica, né interna né internazionale. Difese la contestazione giovanile occidentale del 1968, guardata con sospetto dal Pci di Luigi Longo, come anche quella orientale tradottasi nella primavera cecoslovacca di Alexander Dubcek, cui non le bastò la tardiva e contraddittoria solidarietà del Pci, piegatosi subito alla “normalizzazione” militare imposta a Praga dai sovietici.

Colta, ripeto, e onesta com’era, dalle colonne del manifesto dieci anni dopo, alla lettura dei primi comunicati delle brigate rosse dopo il sequestro di Aldo Moro, la cofondatrice del quotidiano non esitò ad avvertire e indicare il famoso “album di famiglia”, mettendo in imbarazzo gli ormai ex compagni di partito che facevano finta di non capire, parlavano e scrivevano di “presunte brigate rosse”, o veramente credevano, addirittura, che quegli assassini fossero fascisti travestiti da comunisti fanatici, formatisi – scrisse impietosamente la Rossanda – “nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria”. D’altronde, solo degli incolti e degli assassini di professione potevano avere scambiato uno come Moro – il paziente tessitore politico che aveva appena lavorato per una tregua fra i due maggiori partiti italiani incapaci in quel momento di realizzare maggioranze ciascuno contro l’altro – per un lacchè del presunto, cervellotico “Stato Imperialistico delle Multinazionali”. E per mettervi al servizio anche Enrico Berlinguer.

A 96 anni compiuti il 23 aprile scorso, con le immagini forse della sua nativa Pola sempre nel cuore, la Rossanda ne vide e visse davvero di tutti i colori, commettendo anch’essa i suoi errori, per carità. Come quello di partecipare alla campagna contro il commissario Luigi Calabresi, fatto o lasciato uccidere nel 1972 sotto casa a Milano da Lotta continua.

Le capitò nel 2012 anche il distacco dal suo manifesto, senza tuttavia rinunciare ad amarlo come il figlio mai avuto. “I figli – disse – per crescere hanno bisogno di uccidere i padri e le madri. Ora è toccato a me”. Ma domani il suo giornale tornerà ad abbracciarla con un numero speciale, pur con tutto quello scenario politico, elettorale e referendario da raccontare e analizzare.

Addio, cara “signora Rossanda”, come mi capitò di salutarla l’ultima volta, anni fa, guadagnandomi un sorriso di sorpresa, abituata com’era a sentirsi chiamare Rossana e basta

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