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Ecco obiettivi e incognite dell’intesa Ue-Mercosur (e che cosa si dice in Argentina dell’accordo)

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Dopo vent’anni di trattative, europei e sudamericani hanno trovato la volontà politica di accordarsi per liberalizzare progressivamente l’intercambio economico-commerciale. Saranno necessari ancora molti anni perchè l’intesa divenga completamente operativa. Nè mancano le incognite.  

 

In tempi di guerre doganali e crisi del multilateralismo che frenano commerci internazionali ed economia mondiale, benvenuta sia l’intesa raggiunta a Bruxelles per la progressiva liberalizzazione degli scambi di beni e servizi tra l’Unione Europea e il Mercosur, il Mercato Comune Sudamericano a cui aderiscono Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia. E’ una prima conclusione di negoziati durati vent’anni. Grazie ai quali tra i due emisferi si apre un mercato potenziale di 800 milioni di consumatori, che sommano una capacità di produrre ricchezza pari a un quarto circa di quella del mondo intero.

La stessa dimensione dell’accordo ne suggerisce la complessità: rendere compatibili l’insieme di interessi tanto vasti e articolati, con alle spalle storie e livelli di sviluppo tecnico e commerciale diversissimi è un’impresa che senza alcun eccesso d’enfasi può ben essere definita gigantesca. Essere giunti al punto di sottoscrivere la volontà politica di integrare i rispettivi mercati di produzione e consumo è un atto storico. Molto, tuttavia, resta da fare: implementare, rendere cioè operativi i protocolli certificati, in cui ogni scambio, ciascuna specie merceologica trova definizione e specifica trattazione fiscale richiede ancora tempo, attenzione e -inevitabilmente-, contrasti da superare.

E’ infatti nelle formulazioni finali che i diversi interessi nazionali, quelli agricoli, industriali e del terziario, dei vari settori merceologici, possono calcolare con maggiore approssimazione vantaggi e svantaggi del trattato. E i politici intervenire per riequilibrare eventuali rivendicazioni e scompensi, attraverso la fiscalità nazionale o ulteriori patteggiamenti interni a ciascuno dei due blocchi commerciali o tra questi ultimi. Il lavoro che attende gli specialisti è pertanto decisivo. Saranno infine le diverse forze politiche presenti in ciascuno dei 33 Parlamenti interessati da entrambe le parti a valutare l’accordo definitivo e votarlo per dargli forza di legge.

Non è chiaro quali siano i tempi previsti. Poiché inevitabilmente trattative e accordi di questa portata sono in gran parte riservati e neppure tutti i diretti interlocutori sono sempre a conoscenza d’ogni suo aspetto. Si parla di 2 anni come minimo. Nel corso dei quali quasi certamente interverranno fatti nuovi. Marcata, tuttavia, si presenta la dinamica strategica, destinata a intensificare i rapporti anche culturali tra le economie delle due parti contraenti. Con effetti collaterali difficili da misurare oggi, ma senza dubbio significativi. La crescita del partenariato europeo in Sudamerica potrà per esempio costituire un elemento competitivo rispetto alla presenza finanziaria e tecnica cinese che tanto preoccupa gli Stati Uniti.

Questo genere di considerazioni forse non è estraneo alla moderazione manifestata finora nei peraltro scarsi commenti di Washington. In Giappone per il G20, Donald Trump si è eccezionalmente astenuto dal fare dichiarazioni formali in proposito. La stampa brasiliana esprime soddisfazione, ma tanto i notiziari radio-televisivi quanto i giornali non hanno dato particolare rilievo alla notizia. Che ha dominato invece completamente la giornata informativa argentina, facendo eco all’esultanza del presidente Macri, anch’egli dal G20.

Ma l’Argentina è in piena campagna elettorale e gli stessi giornali che all’accordo hanno dedicato molte pagine a cominciare dalla prima, avvertono che il governo cercherà di sfruttarlo nella speranza di migliorare la sua immagine. Mentre l’opposizione, a tutt’oggi favorita nei sondaggi, ne denuncia i rischi specifici per l’occupazione in gravissima crisi. Argomenta che gli eventuali vantaggi per export agricolo e banche verranno pagati dall’industria, in particolare dalle piccole e medie imprese che ne costituiscono il tessuto connettivo e a centinaia già licenziano e chiudono. A penalizzarle sarebbero le asimmetrie in termini di capitalizzazione e contenuti tecnologici rispetto alla concorrenza europea. Una preoccupazione che lascia trapelare anche la Confindustria.

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