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Industria Bellica

Vi spiego le grane geopolitiche che cela la guerra sul grano

Tutte le ripercussioni della stop all'accordo sul grano per il "Sud globale". L'analisi del generale Carlo Jean

Nelle ultime riunioni internazionali, si è registrato un crescente risentimento del cosiddetto “Sud Globale” verso l’Occidente. Un rilevante numero di paesi sudamericani, africani e mediorientali si è dissociato dalla condanna dell’Occidente all’aggressione russa all’Ucraina. Si è avvicinato alla Cina e alle sue istituzioni economiche e finanziarie, competitive con quelle di Bretton Woods, dominate dagli USA e dai loro alleati europei e asiatici.

IL SUD DEL MONDO GUARDA A RUSSIA E CINA

Tale evento trova le sue radici profonde nella colonizzazione e nello sfruttamento del Nord nei riguardi delle ricchezze del Sud, che alla prima attribuisce le sue difficoltà e inefficienze, nonché nell’invidia per la ricchezza e il benessere dell’Occidente rispetto a quello che una volta veniva chiamato Terzo Mondo. Più recentemente tale risentimento trova le sue radici – soprattutto nelle classi dirigenti del Sud, più che nelle sue popolazioni – nelle pressioni occidentali sull’adozione dei propri principi e valori, specie in tema di democrazia e di diritti umani, nelle pressioni per la transizione ecologica, nella lotta al terrorismo e alla corruzione, nonché ai ritardi e alle limitazioni poste al trasferimento di vaccini anti-COVID e al condono dei debiti.

A ciò si aggiunge, soprattutto in Africa e Medio Oriente, la popolarità della Russia. Su di essa influisce anche la presenza in diversi Stati, del Gruppo Wagner, che protegge vari regimi autocratici dalle proteste popolari e delle minacce dei loro oppositori. L’autonomia dalla ex-potenze coloniali rappresenta uno strumento ampiamente utilizzato dai regimi per la sopravvivenza di loro poteri corrotti. Senza una loro preventiva eliminazione qualsiasi “Piano Mattei” per l’Africa costituisce una pia illusione, buona per le opinioni pubbliche europee, contrarie peraltro a ogni azione di forza, anche perché sembrerebbe una ricolonizzazione. L’Occidente può agire solo per procura, impiegando la forza militare dell’Egitto, della Turchia e forse dell’Algeria.

GLI INTERESSI DIVERGENTI DELL’OCCIDENTE

Gli interessi dei vari Stati occidentali non sono solo differenti, ma anche confliggenti fra loro. Ad esempio, lo sono stati e lo rimangono nel Sahel fra l’Italia, preoccupata soprattutto del contrasto all’immigrazione sub-sahariana e dal Golfo, e la Francia, interessata alle sue imprese minerarie e all’antiterrorismo. Per realizzare i suoi obiettivi, Parigi ha bisogno del sostegno delle tribù locali che, dal traffico dei migranti, traggono consistenti benefici economici. Fino a che l’Europa non riuscirà ad elaborare una politica africana unitaria, sarà sempre maggiormente emarginata. La sua politica, più che dai governi, sarà definita dai gruppi industriali e minerari. Farà forse eccezione, come si è visto nel grande convegno di Roma, il controllo e, probabilmente, il contenimento dell’immigrazione clandestina. Essi non potranno che essere basati, come accadeva prima delle primavere arabe, sul sostegno europeo della fascia di autocrazie del Nord Africa, capaci di contenere nel deserto gli immigrati da Sud, tramite il Corno d’Africa, dall’Asia meridionale.

LE CONSEGUENZE DELLA FINE DELL’ACCORDO SUL GRANO UCRAINO

La fine dell’accordo sull’esportazione del grano ucraino (unito all’embargo indiano sulle esportazioni di riso), rischia di creare gravi problemi alimentari negli Stati più poveri e rischierà di rendere drammatico il flusso immigratorio sulle coste del Mediterraneo. Del riso indiano pochi parlano. Non è politicamente corretto farlo. L’India non può essere criticata, dato che il suo sostegno è essenziale per gli USA nel loro confronto con la Cina.

La sospensione dell’accordo sull’esportazione del grano ucraino dai porti del Mar Nero è un’ottima occasione per sostenere quanto “cattivo” sia Putin. Si parla della sua volontà di ricatto all’Occidente, di “guerra del grano” o di “guerra della fame”, nonché del suo desiderio di rivincita del flop subito nella “guerra del gas”, vinta dall’Europa anche con l’aiuto del “Dio-clima” e degli attacchi dei droni ucraini al ponte di Kerch e alla stessa Mosca. La distruzione dei silos di grano a Odessa è propagandata come un insulto agli affamati, che hanno applaudito anche alla distruzione della Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, inaugurata nel 2010 dallo stesso Kiril, il “chierichetto di Putin”, secondo Papa Francesco. Il tentativo russo di attribuirne la responsabilità a un missile contraereo ucraino, andato fuori bersaglio, è stato accolto con sarcasmo da tutto il mondo, ormai abituato alle menzogne del Cremlino, a cui credono ancora solo parte dei “soloni” nostrani.

Più che colpire l’Europa, la decisione del “padrone del Cremlino” di sospendere l’accordo sul grano (in Ucraina vi sono 33 milioni di tonnellate di cereali da esportare) colpisce gli Stati del Sud Globale, molti dei cui capi politici sono riuniti a San Pietroburgo per l’annuale summit Russia-Africa. Anche se per ora la decisione di Putin non ha provocato particolari aumenti di prezzo e riduzioni di approvvigionamenti, le critiche non sono state risparmiate. Strano che il Cremlino non l’abbia previsto. La reazione è stata quasi di panico. Putin ha cercato di attribuire la responsabilità della cosa all’Occidente, che avrebbe negato alle banche russo al sistema SWIFT di pagamenti interbancari internazionali (che nessuno peraltro aveva promesso). Inoltre ha proposto un “marchingegno” per rifornire di grano russo i paesi in difficoltà per la mancanza di grano ucraino: sarebbe pagato dagli Emirati e dato alla Turchia che provvederebbe alla sua distribuzione. Sembra che la proposta abbia suscitato una certa ilarità fra gli africani presenti. Essi hanno chiesto a Putin di revocare la sua decisione, eventualmente irrigidendo i controlli al centro ONU-Russia-Turchia di Istanbul, se non altro per “salvare la faccia”.

Infine, Putin si sta “arrampicando sugli specchi” per evitare un altro “flop”. Difficilmente potrà evitarlo. La sua politica “africana”, centrale per il ritorno della Russia a grande potenza globale, sarà sempre più dipendente dalla presenza del Gruppo Wagner – ammesso, ma non concesso che il suo capo non sia impazzito e decida veramente di muoversi verso Varsavia­ – come sembra abbia detto a Lukashenko.

L’OCCIDENTE HA BISOGNO DI VERI LEADER

Se l’Occidente avesse leader politici della tempra di quelli che avevano conquistato i suoi imperi, la minaccia di Putin di affondare le navi in navigazione da e per i porti ucraini, costituirebbe una grossa vulnerabilità per la Russia che l’Occidente potrebbe sfruttare qualora Putin persistesse nella sua decisione. Con il suo prestigio e anche con la cancellazione di parte dei debiti del Sud, potrebbe convincere qualche volenteroso a organizzare un convoglio di navi con bandiere del “Sud Globale” e mandarlo verso i porti ucraini, magari con una votazione dell’Assemblea dell’ONU che chieda alla NATO di proteggerlo. Putin farebbe veramente la figura del “pirla globale”, quale ormai molti credono, con buona pace del sociologo Orsini. Dovrebbe abbozzare, coprendosi le spalle con la proclamazione del solito Medvedev della minaccia di ricorso al nucleare. Per male che gli vada rischia solo una “tirata d’orecchia” da parte del sempre più impaziente Xi Jinping. I pensosi “cialtroni” strategici nostrani non ne saranno convinti e continueranno a sostenere che le armi – anche quella del grano – debbano tacere, per lasciare posto a un negoziato di cui “urlano” la necessità”, ma non le precondizioni e le possibili soluzioni alternative. Solo Mons. Zuppi – che sa che per fare la pace bisogna aver studiato e compreso che cosa sia la guerra e i suoi meccanismi – se ne sta zitto e cerca di fare il possibile.

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