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2017-2019: la Spoon River di una Camera dei comuni mai nata

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Per la seconda volta consecutiva la Camera dei Comuni inglese si scioglie anticipatamente (2015-17, 2017-19). L’articolo di Daniele Meloni

Il via libera della Camera dei Lord ha suggellato mercoledì scorso la data del 12 dicembre come quella delle prossime elezioni generali nel Regno Unito. Per la seconda volta consecutiva la Camera dei Comuni si scioglie anticipatamente (2015-17, 2017-19) e i parlamentari sono già in fibrillazione per la prossima campagna elettorale che si terrà, insolitamente, tra novembre e dicembre.

Non tutti però affronteranno il giudizio del popolo britannico. Sono moltissimi infatti gli MPs che hanno deciso di non ricandidarsi e tanti anche quelli che non saranno ri-selezionati dai rispettivi partiti. Gli affanni sulla Brexit, i cambi di casacca mal digeriti (mai così numerosi come nel biennio 2017-2019), le decisioni personali: la casistica è ampia. Più di tutto colpisce l’addio di John Bercow, Tory, speaker della Camera da 10 anni, che non difenderà il suo seggio nel Buckinghamshire. Bercow è diventato un personaggio di dominio pubblico negli ultimi anni per il suo modo di richiamare i deputati all’ordine “Order!”, una tradizione plurisecolare a Westminster. Ma tra le alte sfere Conservatori la sua volontà di riaffermare la centralità dei lavori parlamentari rispetto all’agenda del governo non è parsa inosservata. Nel salutarlo in Aula il premier Boris Johnson lo ha comunque elogiato affermando che “è stato sempre al servizio delle istituzioni”.

Neppure lo storico deputato europeista Tory, Ken Clarke, ci sarà. Il Padre della Camera dei Comuni, in Parlamento dal 1970, eletto a Rushcliffe nel Nottinghamshire, ha ricoperto in passato ruoli fondamentali nei governi di Thatcher, Major e Cameron. La vittoria dell’ala destra del partito sulla Brexit lo ha messo ai margini tanto che trascorrerà i suoi ultimi giorni a Westminster da indipendente, dopo essere stato cacciato dal partito. Anche la ministra per la Cultura, Nicky Morgan, darà forfait all’appuntamento elettorale per restare più tempo con la famiglia, così come Amber Rudd, ex ministra dell’Interno.

Tra i 50 che non si ripresenteranno c’è pure l’ex candidato alla leadership Tory Rory Stewart, che contenderà, da indipendente, il ruolo di sindaco di Londra al laburista Sadiq Khan. Infine, tra i Tories niente ricandidatura anche per Sir Nicholas Soames, nipote di Winston Churchill, per l’ex ministro per gli Affari Europei di David Cameron, Peter Lidington, per l’ex ministro della Difesa, Sir Michael Fallon, per il decano Patrick McLoughlin – ai Comuni da 33 anni – e per Jo Johnson, fratello di Boris, ma con una visione antitetica all’attuale Premier sull’Europa.

Tra i laburisti sono in molti a non ricandidarsi tra i brexiteers e i contrari a un secondo referendum. La deputata italo-britannica Gloria De Piero non ci sarà in polemica con il leader del partito, Jeremy Corbyn, che accusa di avere “soffocato il pluralismo interno al movimento”. L’ex candidato alla leadership Owen Smith – su posizioni New Labour – non difenderà il suo seggio di Pontypridd. Il deputato Stephen Twigg, una delle sensazioni della valanga di voti blairiana del 1997, ha annunciato il ritiro. Ultimo a dire basta, ma primo a dire sì al Brexit Deal di Johnson andando contro il suo partito, è stato John Mann, che però siederà alla Camera dei Lord.

Infine, una defezione che fa scalpore anche in casa Lib Dems: il deputato di Twickenham Vince Cable, 76 anni, ex ministro delle Attività Produttive nel governo di coalizione Cameron-Clegg, ed ex leader del partito prima dell’ascesa di Jo Swinson, non difenderà il suo seggio.

Il Parlamento che si scioglierà a breve passerà alla storia come uno dei più inefficaci nella storia di Westminster: la sua incapacità di produrre maggioranze coese sui temi della Brexit ha portato il Premier Johnson ad affermare la sua inutilità, creando grande e grave malcontento in un paese in cui il rapporto tra establishment ed elettorato sembra essersi guastato ormai da anni.

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