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Telegram non russa in Russia sulla privacy

Telegram

Aria di burrasca per i social media: dal datagate che ha investito Facebook alla messa alle strette di Telegram da parte della Russia per la consegna delle chiavi di crittografia delle chat. Sempre di tutela della privacy si parla, ma le vicende sono diametralmente opposte. Vediamo perché.

SE FACEBOOK NON HA TUTELATO GLI UTENTI…

Da inizio settimana Facebook è sott’accusa per il caso della britannica Cambridge Analytica, la società che ha raccolto i dati personali di oltre 50 milioni di utenti dall’app di Mark Zuckerberg violandone la policy, secondo le inchieste di New York Times e Guardian. Da lunedì il titolo del social media è crollato a Wall Street e non accenna a riprendersi.  La Federal Trade Commission – l’organismo statunitense incaricato di proteggere i diritti dei consumatori e della concorrenza – ha aperto un’inchiesta sulla società di Zuckerberg. La FTC mira a verificare se il social ha rispettato il suo impegno a chiedere ai suoi utenti una autorizzazione al trattamento dei loro dati personali e alla loro condivisione con altre società, come ha riportato il Wall Street Journal.

Anche in Europa le reazioni delle authority non si sono fatte attendere. “Il problema della manipolazione online può solo peggiorare e nessun approccio normativo singolo sarà sufficiente da solo: i regolatori devono collaborare urgentemente” si è espresso così il Garante Ue per la protezione dei dati personali, Giovanni Buttarelli, all’indomani del caso Facebook. Nel frattempo, il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha convocato Zuckerberg: “Gli chiediamo di spiegare i rapporti con Cambridge Analytica e di chiarire davanti ai rappresentanti di 500 milioni di europei come vengano utilizzati i dati personali da loro gestiti. Apprezzeremo molto se Zuckerberg accetterà l’invito, nella speranza che possa chiarire un aspetto essenziale: che quei dati non sono stati usati per manipolare la democrazia”. La posizione di Stati Uniti e dell’Ue è chiara fin da subito: disposti a mettere sotto torchio il papà di Faccia Libro in nome della tutela della riservatezza dei dati dei propri cittadini.

…TELEGRAM IN RUSSIA PURE TROPPO

Eppure, un paladino della privacy è finito nel mirino del Fsb – il servizio di sicurezza russo – proprio per “eccesso di tutela”. Martedì la Corte Suprema della Federazione russa ha respinto l’appello di Telegram – l’applicazione di messagging cifrato – contro il Servizio di sicurezza federale. L’anno scorso l’Fsb ha chiesto alla società fondata da Pavel Durov nel 2013 di condividere le sue chiavi di crittografia per motivi di sicurezza nazionale. Telegram si è rifiutata ricevendo di rimando una multa di 14.000 dollari. L’authority russa per il controllo dei media, Roskomnadzor, ha notificato alla società di Durov che ha 15 giorni di tempo per fornire i codici per decriptare i messaggi.

“La tesi del Fsb secondo cui le chiavi di crittografia non possono essere considerate informazioni private difese dalla Costituzione è astuta”, ha dichiarato Ramil Akhmetgaliev, avvocato di Telegram, “è come dire ho la password della tua email, ma non controllo la tua email, ho solo la possibilità di farlo”. La società non ci sta a rinunciare alla sua peculiarità – la possibilità di inviare messaggi cifrati – pertanto sempre l’avvocato ha fatto sapere che si appellerà alla sentenza in un processo che potrebbe durare fino all’estate.

CI RISIAMO

Nel 2016, la Russia ha promulgato una legge antiterrorismo che obbliga le società di messaggistica a conservare i registri delle chiamate e i dati per mesi. L’Fsb non pretende di visionare direttamente i messaggi degli utenti, ma di avere accesso alle chiavi di crittografia. In questo modo non si violerebbe la loro privacy poiché i codici non contengono informazioni sugli individui e l’accesso a qualsiasi dato raccolto avverrebbe soltanto dopo ordine di un tribunale. Va da sé che Telegram non si è resa disponibile.

TUTTI GLI ATTACCHI A TELEGRAM

Non è la prima volta che il servizio di messaggistica finisce nel mirino dei servizi di sicurezza nazionale. Nel 2015 la Cina ha bloccato Telegram mentre autorità di altri paesi hanno affermato che l’app è il mezzo di comunicazione preferito dall’Isis. L’Fsb ha dichiarato che l’app è stata utilizzata da un kamikaze che ha ucciso 15 persone a San Pietroburgo l’anno scorso. Secondo le autorità francesi gli estremisti dello Stato islamico che uccisero un prete in Normandia si scambiavano messaggi su Telegram.

LA PRIVACY SOPRA OGNI COSA

“La nostra politica è semplice: la privacy è fondamentale. I canali pubblici, tuttavia, non hanno nulla a che fare con la privacy. I canali pubblici dell’Isis saranno bloccati”, Durov replicava così su Twitter nel 2015. Oggi quella policy è rimasta tale. “Le minacce di bloccare Telegram a meno che non rinunci ai dati privati dei propri utenti non daranno frutti. Telegram rappresenterà la libertà e la privacy” cinguettava ieri il suo fondatore commentando l’ultimatum lanciato dall’authority russa. Da notare invece come il fondatore di Facebook Mark Zuckenberg non si sia ancora pronunciato sul caso che lo riguarda.

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