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Cambridge Analytica, il caso favorisce una guerra a Facebook?

Facebook

L’opinione di Guido Salerno Aletta sul caso Cambridge Analytica e i risvolti negativi per Facebook

Lo si era capito da un pezzo, che Facebook era diventato uno strumento scomodo per i sistemi di potere consolidati, quelli politici, finanziari e militari. Il presunto utilizzo di questa piattaforma social da parte di agenzie straniere, interessate ad interferire sulla formazione del consenso durante la campagna elettorale per le Presidenziali americane, a favore di Donald Trump ed a discapito di Hillary Clinton, ha fatto scattare un segnale di allarme rosso: gli elettori erano stati traviati nella formazione del loro convincimento dalla diffusione di fake news.

Intendiamoci: sono decenni e decenni che la grande stampa, come il sistema televisivo, per non parlare di Hollywood hanno una relazione diretta, uterina, con i centri di potere: dire, non dire; smorzare, enfatizzare; mettere in prima pagina o in ultima, fa una grande differenza. E poi, lo sanno tutti, che una bella campagna di stampa distrugge chiunque, senza pietà e senza possibilità di difendersi: si chiama character assassination.

Capite, quindi, che uno strumento orizzontale come Facebook, in cui la dimensione personale ed amicale delle relazioni travalica un po’ alla volta in quella di gruppi che presentano affinità sociopolitiche, diventa un problema serio. Anzi, serissimo.

Si crea, all’interno del gruppo che si forma per affiliazione, con messaggi provenienti da centri interessati a manipolare le opinioni, una sorta di iterazione delle comunicazioni: ogni input che viene condiviso moltiplica il consenso in modo virale. Ogni like che si aggiunge, si accumula ai precedenti. E non c’è modo di fermare la propagazione del consenso, o del dissenso, che a mano a mano si ingigantiscono, perché il social-media è uno strumento che si fonda sulle relazioni orizzontali, di tutti con tutti, il peer-to-peer.

Si formano delle vere e proprie bolle mediatiche, che si gonfiano senza controllo, a dismisura. E’ così che si possono creare eventi a sorpresa, flash-mob, manifestazioni. Troppo pericoloso, dunque.

Cambiare gli algoritmi, per rendere più difficile la propagazione delle notizie, riducendo a poche decine le persone di cui si leggono immediatamente i post pubblicati in bacheca senza doverseli andare a cercare tra quelli degli “amici”, riporta la piattaforma alla sua fase germinale, infantile: quella innocente dei compagnucci di scuola che mettono on line le foto delle feste. Sono gruppi con limitata interazione virale, mondi senza porte né finestre che rimangono autoreferenziali: tante minuscole bolle, ognuna con limitati contatti esterni.

Le società si fondano sulla condivisione di idee, di valori, di convincimenti. La appartenenza ad un ceto sociale è stata per due secoli uno dei punti qualificanti della battaglia politica democratica, e la immensa fatica della sinistra era rappresentata dalla formazione della “coscienza di classe”.

Le appartenenze sociali tradizionali si stanno affievolendo vertiginosamente, a favore di un individualismo che cerca nuove forme di agglutinazione. Le piattaforme di social media consentono questo processo in modo rapido, estremamente economico e potenzialmente illimitato. Fanno paura all’establishment, che ha speso anni e risorse enormi per creare le piattaforme tradizionali di comunicazione, attraverso cui si incanala il consenso.

Pensate che possano rinunciarvi volentieri? Troppo pericolosi i social media: incontrollabili o manovrabili. Attacco a Facebook?

(estratto di un articolo pubblicato su Teleborsa)

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