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Petrolio, che cosa succederà nel 2020. Report Moneyfarm

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La domanda di petrolio è debole, mentre l’offerta è destinata a crescere. A far schizzare i prezzi del greggio, però, potrebbero essere le tensioni in Medio Oriente. Tutti i dettagli del report degli analisti di Moneyfarm

60 dollari. Questo il prezzo intorno a cui dovrebbe attestarsi il petrolio in questo 2020. Ecco una delle conclusioni contenute nel report sull’outlook del petrolio a firma Moneyfarm.

DOMANDA/OFFERTA

L’offerta cresce, mentre la domanda diminuisce. Se da una parte, dunque, ad influire negativamente sul prezzo del petrolio è una sempre maggiore disponibilità di greggio, con gli Stati Uniti che hanno aumentato l’offerta più del previsto, dall’altra non aiuta la quotazione del Brent nemmeno la domanda debole (fino ad ora giustificata dalle tensioni commerciali e dalla contrazione dell’attività economica globale). Un’impennata del prezzo, sostiene Moneyfarm alla luce di tutto questo, “sembra oggi improbabile”.

SISTEMA ECONOMICO ENERGETICAMENTE EFFICIENTE

La domanda sempre più bassa di petrolio è anche dovuta ad un’economia globale che sta utilizzando l’energia in modo sempre più efficiente. “Dal 1990, l’intensità energetica del PIL (le unità di energia necessarie per produrre ciascuna unità di produzione) è diminuita ad un tasso medio dell’1,5% all’anno. Nel 1990 ci sono voluti 7,6 Megajoule per produrre ogni dollaro di PIL reale, nel 2015 ha richiesto solo 5,1 Megajoule. Se questa tendenza continuerà, l’economia mondiale dovrà crescere di oltre l’1,5% ogni anno per generare più domanda di energia”, spiega Moneyfarm.

ECONOMIA IN CRESCITA

Il Fondo Monetario Internazionale sostiene che l’economia mondiale dovrebbe crescere di circa il 3,5% all’anno per i prossimi anni, ma la crescita non è direttamente e strettamente collegata ad un aumento della domanda di petrolio, dal momento che il mix energetico è cambiato nel tempo.

“Si prevede che la quota di petrolio nel mix globale di carburanti si attesti intorno al 32% nel 2020, rispetto al 46% nel 1970. Le fonti energetiche alternative come gas, energia nucleare e fonti rinnovabili (eolico, geotermico, biomassa e biocarburanti) stanno conquistando crescenti quote di mercato”, ricorda Moneyfarm, che aggiunge che “le previsioni mostrano che la quota di petrolio scenderà a quasi un quarto entro il 2040, quasi alla pari con il gas. Si prevede inoltre che la quota di energie rinnovabili salirà al 14% nel 2040 da praticamente zero nel 2000”.

OFFERTA IN AUMENTO

Ad una domanda debole, corrisponde un’offerta che cresce e crescerà nel tempo. Secondo le previsioni dell”Agenzia Internazionale per l’Energia, infatti, la crescita dell’offerta non Opec raggiungerà 2,2 milioni di barili al giorno.

Questo significa che se l’Opec non dovesse optare per altri e sostanziosi tagli della produzione, l’eccesso di approvvigionamento sarà superiore a 1 milione di barili al giorno.

PETROLIO A 60 DOLLARI

Il prezzo del Brent dovrebbe, secondo il report di Moneyfarm, attestarsi intorno ai 60 dollari medi al barile nel 2020, in calo rispetto ai 64 dollari previsti per il 2019. “La curva dei futures indica un calo ancora più marcato, consolidando le views prudenti prevalenti sul mercato”, si legge nel rapporto di previsione.

I RISCHI GEOPOLITICI

Non bisogna dimenticare, però, che nel breve periodo ad influenzare il prezzo del greggio sono anche fattori geopolitici. Se l’acuirsi delle tensioni tra l’Iran e gli Stati Uniti dovessero avere delle conseguenze sulla produzione di petrolio nella regione, allora non è da escludere un impennata del prezzo del greggio, dal momento che “nonostante le sanzioni statunitensi, l’Iran produce ancora più di 2 milioni di barili di petrolio al giorno, l’Iraq circa 4,7 milioni di barili al giorno e non c’è abbastanza capacità di riserva globale per sostituirlo”.

LO SCENARIO ESTREMO

Nel caso le tensioni dovessero espandersi in tutto il Medio Oriente, portando ad un’interruzione dei flussi di greggio nel Golfo o di attacchi agli impianti petroliferi nella regione, allora il mondo potrebbe dover rinunciare ad oltre 20 milioni di barili di produzione giornaliera di petrolio (circa il 20% della fornitura mondiale). Inevitabile, a questo punto, sarebbe un aumento del costo del Brent.

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