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Web tax: l’Europa accelera, l’Ocse frena e l’Italia aspetta le elezioni

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Il commissario Pierre Moscovici annuncia la proposta della Commissione per il 21 marzo. Ecco chi plaude e chi si oppone alla tassa sulle imprese digitali


“Le aziende del digitale sono tassate al 9%, quelle tradizionali al 23%. Non è accettabile”: è la certezza di questo divario ad alimentare la determinazione con cui il commissario europeo agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici persegue il progetto della web tax. “C’è uno scisma profondo tra dove i profitti digitali vengono generati e dove vengono tassati, se vengono tassati”, ha ribadito nei giorni scorsi il commissario durante una conferenza di DigitalEurope, la lobby del mondo hitech, che rappresenta aziende come Amazon, Apple, Cisco, Google, Huawei, Intel, Lenovo, Microsoft, Oracle, Qualcomm. La crescita media annua dei ricavi per “le migliori aziende digitali” si è attestata intorno al 14% dal 2011 a oggi, a fronte di un tasso di crescita dello 0,2% per le altre multinazionali e del 3% per le aziende dei settori It e delle telecomunicazione, e le leggi fiscali non tengono il passo, secondo Moscovici. Dunque la web tax europea si farà: la Commissione presenterà la sua proposta il 21 marzo. “La tassazione digitale non è più una questione di se, questa nave è salpata”, ha annunciato Moscovici davanti alla platea di DigitalEurope. Esiste però una questione del come: la web tax è fortemente voluta da Italia, Francia, Germania e Spagna, ma Danimarca, Austria e soprattutto Irlanda e Lussemburgo si oppongono. E in Europa le leggi fiscali si possono cambiare o approvare solo all’unanimità.

Nessuna contrapposizione con Google&co.

C’è anche la resistenza delle multinazionali tecnologiche, ma Moscovici assicura che Bruxelles cerca un terreno d’incontro: “L’approccio dell’Ue non è protezionistico e non mira a difendere i puri interessi dell’Europa. Non siamo contro il digitale, ma a favore di regole pari per tutti i player”. E ancora: “Non c’è alcun bisogno di mettere in contrapposizione i paesi Ue e le digital companies, condividiamo gli stessi interessi”. Anzi, Moscovici fa appello a OTT e colossi hitech perché diano il loro contributo alla web tax europea. Già a inizio anno il commissario aveva riferito di essersi incontrato con rappresentanti di Google al World Economic Forum e che il gigante di Mountain View è pronto a cooperare. “Le imprese del digitale capiscono che lo stato di cose attuale non può essere mantenuto”, ha affermato Moscovici. “Devono pagare le tasse in misura proporzionale al volume d’affari”. I negoziati col mondo hitech continuano e il 7 marzo il commissario europeo ospiterà a Bruxelles una tavola rotonda con i rappresentanti di multinazionali tecnologiche.

L’Ocse: “No a decisioni unilaterali”

Alla conferenza di DigitalEurope Moscovici ha anche confermato di voler lavorare con l’Ocse su una soluzione internazionale. Non sarà facile perché la web tax all’Ocse non piace per niente: il segretario generale Angel Gurria ha chiesto all’Unione europea di frenare sulla tassa sulle imprese del digitale e ha messo in guardia contro qualunque decisione che sia unilaterale. “È fondamentale che ci sia una consultazione globale”, ha detto Gurria. L’Ocse pubblicherà ad aprile uno studio con la sua posizione sulla tassazione delle imprese digitali. La soluzione condivisa su scala internazionale ha dunque tempi lunghi e Moscovici vuole intanto agire livello Ue per rispondere alle crescenti preoccupazioni degli stati membri sui versamenti fiscali dei colossi hitech.

Web tax europea, riscossione europea

In un’intervista col sito Euractiv di un mese fa, Moscovici ha spiegato che la sua intenzione è proporre un pacchetto di proposte per la tassazione delle aziende digitali in Ue basata Common Consolidated Corporate Tax Base (CCCTB), ovvero la base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società, insieme a misure di breve termine capaci di generare entrate subito. L’anno scorso Commissione e Parlamento Ue hanno già raggiunto un accordo di massima su alcuni aspetti della web tax, indicando che sarà Bruxelles a riscuotere la web tax comunitaria dalle multinazionali del web che operano nel mercato europeo; i ricavati della tassazione non saranno ripartiti tra gli Stati membri ma saranno di proprietà della Commissione che li metterà a bilancio come risorse proprie. Il progetto prenderà forma nel Bilancio 2020. Il vice ministro italiano dell’Economia Luigi Casero ha confermato nei giorni scorsi che la Commissione esprimerà la sua posizione ufficiale sulla web tax a fine marzo.

L’Italia ha la sua web tax. Forse

L’Italia vorrebbe velocizzare i tempi comunitari con una “sua” web tax in vigore già dal 2019 – durerebbe solo un anno, se l’Ue rispetta la sua tabella di marcia al 2020, ma intanto a dicembre il Parlamento ha dato il via libera alla proposta di web tax italiana, con un’aliquota al 3% che verrà pagata dalle aziende, residenti o no in Italia, che effettuano prestazioni nei servizi nei confronti di soggetti passivi italiani (società, imprese e professionisti); è escluso l’e-commerce. La web tax italiana sarà applicata come ritenuta alla fonte sulle transazioni e colpirà solo i soggetti che effettuano oltre 3mila transazioni di servizi nell’anno solare; l’entrata in vigore sarebbe dal 1 gennaio 2019, con gettito previsto di 190 milioni di euro nel primo anno. Ovviamente, serve il decreto attuativo; dovrebbe arrivare entro il 30 aprile, ma prima ci sono le elezioni politiche e la web tax italiana potrebbe restare sulla carta.

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