Innovazione

Perché Vivendi non suonerà più da sola con Universal

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Il gruppo francese Vivendi ha annunciato che venderà fino al 50% del capitale di Universal Music Group, la più grande casa discografica del mondo, a seguito del calo degli utili netti. L’operazione dovrebbe essere completata entro la fine del prossimo anno

Non c’è Lady Gaga o Drake che regga. Il gigante dei media francese Vivendi venderà metà della Universal Music Group, il player numero uno del settore discografico, a “uno o più partner strategici, al fine di estrarre il massimo valore” dall’azienda. Il gruppo della famiglia Bolloré lo ha annunciato lunedì scorso durante il rilascio della semestrale dichiarando che per l’operazione “un’Ipo (offerta pubblica iniziale) è stata esclusa a causa della sua complessità”.

UNIVERSAL NUMERO UNO

Universal è la regina del settore discografico, davanti a Sony e Warner e controlla etichette prestigiose come Capitol, Island, Def Jam, Polydor, Blue Note, Decca e Deutsche Gramophon. Oltre ad artisti storici, come i Beatles, i Rolling Stones o Andrea Bocelli, vanta anche Lady Gaga, Taylor Swift, Florence and the Machine e Drake. Lo scorso agosto, Goldman Sachs ha valutato UMG a 23,5 miliardi di dollari (circa il triplo di quello che valeva nel 2013), davanti a Sony Music, che ha valutato circa 20,1 miliardi di dollari. Come riporta il Financial Times, quest’anno JPMorgan ha dichiarato che Universal potrebbe valere fino a 40 miliardi di dollari.

DA PUNTA DI DIAMANTE

La prestigiosa etichetta discografica ha rafforzato i risultati finanziari di Vivendi negli ultimi anni. Durante la prima metà del 2018, il reddito da lavoro di UMG, che è aumentato del 23,5% fino a raggiungere 355 milioni di euro, ha rappresentato quasi il 70% di tutte le entrate del gruppo francese. I ricavi di UMG sono cresciuti del 6,8% a 2,6 miliardi di euro, e le entrate in streaming sono salite alle stelle del 34,3% durante la prima metà del 2018.

Secondo Ft e Reuters, all’inizio dell’anno Vivendi stava preparando a quotare UMG sul mercato azionario. Parlando agli azionisti a Parigi, Arnaud de Puyfontaine, ceo del gruppo Vivendi, aveva dichiarato ad aprile: “Abbiamo iniziato un lavoro che ci permetterà di presentare i vantaggi di una quotazione di Universal Music Group al consiglio di vigilanza”.

Vivendi si è tenuta sempre stretta Universal, rifiutando anche precedenti offerte di acquisto: in particolare nel 2013 quella del colosso telco giapponese SoftBank dal valore di 8,5 miliardi di dollari.

A VITTIMA SACRIFICALE

Peccato però per i conti del gruppo francese. L’utile netto di Vivendi è scivolato del 6,3% nel primo semestre a 165 milioni di euro. Il risultato netto è stato fortemente influenzato da una svalutazione di 512 milioni di euro del valore della sua partecipazione in Tim (Telecom Italia).

TUTTA COLPA DI TELECOM ITALIA

Vivendi, il maggiore azionista del gruppo italiano, ha perso il controllo del consiglio di amministrazione a maggio, dopo che gli azionisti hanno appoggiato il piano avanzato dall’hedge fund statunitense Elliott. De Puyfontaine ha attribuito la svalutazione ai “rischi di esecuzione associati a questo piano industriale, data la minore potenza di Vivendi di partecipare alle decisioni di politica finanziaria e operativa di Telecom Italia”.

ORECCHIE APERTE PER UN PARTNER

Presto Vivendi inizierà a coinvolgere istituti di credito per identificare “uno o più partner strategici” a cui vendere la metà di Universal. Secondo Variety, nella ricerca di uno o due “investitori strategici” che non possederebbero più del 50%, Vivendi sembrerebbe non guardare tanto a metà della società quanto a mantenere il controllo portando un partner passivo. Ci si aspetta un “corteggiamento” di almeno 18 mesi.

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