Innovazione

Videogiocare ai tempi del Coronavirus. I consigli dell’Oms

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All’inizio di questa brutta disavventura, quando i Paesi dell’Unione europea si chiudevano uno dopo l’altro come le lampadine di una luminaria natalizia fulminata, i videogiochi erano stati messi subito sul banco degli imputati. Il commissario per il Mercato interno Thierry Breton si era rivolto alle Big del Tech per chiedere un uso responsabile della Rete: con l’intera popolazione del Vecchio continente collegata da casa, l’infrastruttura pareva vicino al collasso. Chi usava Internet per spararsi uno dietro l’altro gli episodi della sua serie preferita su Netflix rischiava di far crashare le aule virtuali della teledidattica e di rendere infernali le conference call aziendali.

 

VIDEOGIOCARE Sì, VIDEOGIOCARE NO?

Bisogna riavvolgere il film della quarantena per tornare agli appelli via Twitter di Breton. Erano i giorni in cui l’Italia aveva ben altri problemi e chiedeva al Commissario europeo tutt’altro: sbloccare l’importazione di mascherine dagli altri Paesi comunitari che, dimostrando la solita scarsa sensibilità e solidarietà, le avevano fermate alla frontiera, nonostante fossero state regolarmente pagate.

 

Ma Bruxelles in quei giorni temeva soprattutto il crollo della Rete. Gli appelli del Commissario furono raccolti nel giro di poche ore dai più grandi network online, da Netflix a Youtube, passando persino per Sony PlayStation. Breton non aveva mai nominato direttamente i videogiochi, ma buona parte della banda, in quei giorni, era occupata anche dai videogiocatori incalliti.

Si era mosso così Jim Ryan presidente e CEO di Sony Interactive Entertainment, per annunciare un intervento che avrebbe reso più lenti i download di dati su PlayStation 4 lasciando inalterato il multiplayer online.

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Non potendo uscire di casa per acquistare i propri titoli preferiti, gli utenti si erano riversati in massa negli store ufficiali, che hanno visto schizzare a dismisura i profitti. Impossibile quantificarlo, dato che le Case non amano divulgare questo genere di dati.

Con una media di 50 giga a titolo acquistato, da scaricare sulla propria console, ben si intuisce quanto fosse sotto stress l’infrastruttura in quei giorni e quanto videogiocare potesse essere mal visto da chi doveva usare Internet per scuola o lavoro. Anche perché nel medesimo periodo Nintendo, Sony e Microsoft hanno dato inizio agli sconti di primavera.

 

L’ATTACCO DI CALL OF DUTY

C’è stata poi una variabile impazzita: Call of Duty Modern Warfare, fortunatissimo blockbuster videoludico statunitense che, proprio nel periodo in cui il Coronavirus arrivava in Europa, rilasciava quasi a sorpresa un aggiornamento corposo della sua modalità battle royale Warzone.

 

Per chi non segue i videogiochi tutto questo è arabo. Sappiate che si tratta di una modalità multigiocatore online che permette a 150 persone di ritrovarsi nella medesima arena. Ed è gratis.

Un gioco nel gioco, anche per chi non ha CoD. Dalla mole di 110 giga circa. Con nuovi contenuti (le Stagioni) da scaricare addizionalmente con un peso compreso tra i 10 e i 20 giga l’uno.

 

 

Un successo assicurato che spiega perché in 24 ore l’espansione fosse stata scaricata già da 6 milioni di videogiocatori, ovviamente tutti connessi per provare il multiplayer online, diventati 15 dopo 96 ore e oltre 30 milioni lo scorso 20 maggio. Moltiplicate tutti quei giga dei download per gli utenti e scoprirete come mai la Rete fosse sotto stress.

VIDEOGIOCARE FA BENE, LO SUGGERISCE ANCHE L’OMS

Nessuna voglia di demonizzare il videogioco, sia chiaro. I tecnici, nel medesimo periodo, hanno più volte ribadito che l’impatto delle partite online è ben poca cosa rispetto a chi guarda film in 4K. Il perché è presto detto: per ottenere le migliori prestazioni ed evitare fastidiosi fenomeni di lag (latenza, gli scatti che si avvertono durante i multiplayer), i videogame sono già ottimizzati per usare meno rete possibile e garantire alla più vasta platea la miglior fruibilità. E che videogiocare faccia bene, soprattutto in quarantena, lo ha detto anche l’OMS, l’Organizzazione mondiale della sanità, con la campagna #PlayApartTogether, che promuove il distanziamento sociale e vede i videogiochi come perfetto strumento di aggregazione, seppur virtuale.

Curioso: prima della pandemia i videogame erano visti da sociologi e perbenisti come il “male assoluto”, responsabili del 90% delle stragi nei campus e dell’apatia adolescenziale. Chi giocava era uno sfigato che non riusciva a coltivare rapporti al di fuori del piccolo schermo. Oggi sono uno strumento in più per convincere la gente a restare a casa, perché ci si può divertire anche tra le proprie quattro mura, restando connessi con amici e colleghi.

CAMBIATE LE REGOLE DEI VIDEOGAME CHE CHIEDEVANO DI USCIRE

La quarantena non ha cambiato solo il “videogiocare”, ma anche i videogiochi. Prendiamo per esempio la popolarissima app per smartphone Pokémon Go di Nintendo. Gli sviluppatori, Niantic, avevano previsto che per catturare mostriciattoli i giocatori dovessero girare fisicamente per le proprie città. In tempi di coronavirus, però, è stato necessario rimettere mano al codice di gioco, in modo da trasformarlo in un software per fare esercizio fisico in casa.

I VIDEOGAME VENDUTI IN ITALIA

Veniamo quindi all’analisi dei videogame più venduti in Italia, spia del videogiocare ai tempi del Covid-19. Secondo la classifica stilata da IIDEA, l’associazione di categoria che riunisce sia gli sviluppatori, sia le etichette di distribuzione italiane, tra gli utenti del videoludo c’è parecchia voglia di evadere.

Il primo titolo in classifica è infatti il curioso esperimento Nintendo Animal Crossing New Horizons che teletrasporta i videogiocatori su un’isola deserta e permette loro di costruire da zero la propria città, senza restrizioni di sorta. Si può passare il tempo semplicemente pescando o catturando insetti. Insomma, quanto di più vicino possibile di un simulatore di svago all’aria aperta. Una bizzarria molto nipponica in tempi normali, un prodotto quasi fantascientifico, in grado di trasmettere emozioni “proibite”, durante l’epidemia di Coronavirus.

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