Innovazione

Come riformare la sanità italiana

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Presente e futuro della sanità italiana. L’intervento di Stefano Biasioli, medico ospedaliero in pensione

Da cosa partire per riformare il nostro Sistema Sanitario?

Da una constatazione banale. I mezzi informatici (e-mail; whatsapp; cloud; varie “apps” etc) incidono e incideranno sempre di più sull’universo sanitario e sul rapporto tra medico e paziente e tra struttura sanitaria e cittadino.

Anche medici pensionati – come il sottoscritto – in questi ultimi anni sono stati ripetutamente contattati attraverso l’etere da pazienti vecchi e nuovi, per ottenere un parere o una “consulenza breve” relativa al dosaggio dei farmaci, agli esami da fare, a consigli diagnostici.

Certo, il Covid-19 ha bloccato per mesi le visite ambulatoriali. Certo, le informazioni sanitarie attraverso Internet hanno ingarbugliato il rapporto tra le conoscenze mediche “vere” e la nozionistica spicciola.

Tuttavia nell’ultimo decennio la modificata/ridotta fiducia nel medico si è sempre più associata ad una generale difficoltà all’accesso alle prestazioni specialistiche, sia per le patologie acute che per quelle croniche.

Da ciò “l’ansia del paziente”, sempre più solo e sempre più impaziente, verso il sistema.

Quali soluzioni? L’uso sempre più esteso dell’informatica, peraltro associato ad una certezza: il rapporto diretto medico-paziente (ossia la visita medica con presenza del paziente in ambulatorio) non potrà mai essere supplito al 100% dai mezzi informatici.

Il colloquio “de visu”, la gestualità, la costruzione dell’anamnesi, la semiotica classica, la diagnosi e la terapia non possono essere tutte soppiantate dal web e dal cloud.

Con chiarezza, non vorremmo che il Covid stroncasse la visita ambulatoriale o domiciliare. Non vorremmo che il Covid cristallizzasse il rapporto classico tra curante e curato. Non vorremmo che il Covid portasse a domicilio solo l’infermiere di quartiere e che il medico rinunciasse ad una parte essenziali delle sue funzioni/competenze.

Lo scriviamo perchè, nei giorni scorsi, abbiamo sentito medici della Fimmg e della Simg fare proposte analoghe. No – Adelante Pedro con Judicio -. Secondo chi scrive, occorre invece fare un passo alla volta, per gettare le basi di una sanità moderna ma “umana”.

Da cosa iniziare? Da un microchip o una chiavetta Usb.

Da un microchip. Un microchip da inserire – ma attivo!- all’interno della tessera sanitaria individuale.

Oppure da una chiavetta Usb con all’interno i dati anagrafici (accessibili con una password) e i dati clinici (accessibili con una seconda password).

Nel primo caso (microchip) sarebbe necessario un lettore specifico, per ogni sanitario coinvolto. Nel secondo caso (la chiavetta Usb) non ci sarebbe bisogno di un lettore specifico, perché potrebbe essere utilizzata in ogni computer.

La nostra proposta è significativamente diversa da quella che ha portato, in Veneto, al programma “Sanità Km zero Fascicolo e App relativa”(dettagliata alla fine di questo articolo), perchè ci sembra riservato a “pazienti informatizzati” e rischia di escludere invece la massa dei pazienti anziani, che poco sanno di hardware e di software.

Come procedere?

Iniziando dai nuovi nati del 2021 (o 22);
Proseguendo con i restanti 60 milioni di italiani, con un programma che li suddivida e li coinvolga a chiamata, come già fatto per le vaccinazioni e per gli screening oncologici di massa. L’idea sarebbe quella di partire dai 40 anni in su, includendo le informazioni essenziali:

-anagrafiche, ossia quelle che vengono pedantemente richieste dai vari uffici pubblici: Cognome e nome; luogo di nascita; data di nascita; codice fiscale; residenza.
-Quelle anamnestiche, ma con anamnesi essenziale che contenga: la diagnostica patologica nota; il numero dei ricoveri ospedalieri nell’ultimo decennio; le allergie note; le indagini radiologiche più recenti e i principali parametri di laboratorio; altezza, peso, Bmi (massa corporea); Bsa (superficie cutanea); la quantificazione del rischio clinico individuale (Charlson, Elixhauser etc); i farmaci di uso abituale; i codici di eventuali esenzioni per patologia.

La compilazione di questi dati dovrebbe avvenire in sede distrettuale, con validazione da parte del medico del distretto, inclusa la privacy. In alternativa, potrebbero essere raccolti nella farmacia di riferimento (in apposito settore). Ovviamente i dati dovrebbero essere protetti: le loro modifiche dovrebbero essere attuate solo da medici con Psw identificativa, da memorizzare in sequenza.

La responsabilità successiva e il controllo periodico dei dati sarebbero affidati al medico territoriale curante. Gli specialisti, coinvolti di volta in volta, non potrebbero incidere sulla terapia abituale, che pertanto potrebbe essere modificata (post consulenza) solo dal Mmg e/o dal Medico di distretto, chiaramente identificati.

Procedura complessa? Qualora si adoperassero i software esistenti (o modificati ad hoc) la procedura potrebbe durare 30 minuti per persona. Alla fine del percorso, alla persona verrebbe consegnata la tessera/memoria Usb personale sanitaria, i cui contenuti verrebbero riversati anche nell’archivio del Mmg e, da costui, nel “cloud”.

Una siffatta tessera sanitaria individuale consentirebbe, tra l’altro, anche un controllo secondario dei farmaci consumati dal paziente, per l’inserimento -in modo automatico da parte del farmacista- sia delle detrazioni Irpef che del numero dei pezzi dei farmaci ordinati/consegnati. Ovviamente ciò richiederebbe un sottoprogramma dedicato.

Effetti? La compilazione e l’aggiornamento di una siffatta tessera sanitaria consentirebbe:

– una semplificazione della raccolta dati nelle acuzie (lettura diretta e automatica da parte del medico coinvolto nell’urgenza domiciliare/stradale/PS/ospedaliera);

– di evitare l’uso di farmaci/sostanze cui il principio attivo è allergico;

– di evitare l’uso di dosi incongrue di farmaci e di associazioni pericolose;

– di ottimizzare l’intervento “acuto”.

Non solo ma eviterebbe, alle persone anziane “errori da vuoto di memoria”, ossia la “citazione errata della lista dei farmaci usati a domicilio”, per “cattiva memoria” o “ricordo parziale”.

(Seconda parte di un approfondimento a firma di Stefano Biasioli; la prima parte si può leggere qui)

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