Innovazione

Vi spiego che cosa temono i Servizi segreti Usa su Intelligenza artificiale e cyber security

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Tutte le nuove preoccupazioni dell’Intelligence americana. L’articolo di Umberto Rapetto, generale GdF in congedo, già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche

I Servizi Usa sono legittimamente preoccupati. Le tecnologie sono l’arsenale di Nazioni ostili, organizzazioni terroristiche, criminali di ogni specie.

Mentre qualcuno sfoglia il report pubblicato dal General Accountability Office, il braccio armato del Congresso americano, la cronaca conferma impietosa le paure dell’Intelligence.

Il documento “National Security – Long-Range Emerging Threats Facing the United States As Identified by Federal Agencies”, che sintetizza mesi di lavoro accuratissimo, mette in allarme sulla pericolosità di intelligenza artificiale. computer quantistici, veicoli autonomi e biotecnologie.

Il rapporto – estremamente sintetico nella sua versione messa online ma dovizioso di dettagli nelle carte che ne costituiscono il backstage – ha animato le discussioni tra 007 di mezzo mondo e innescato attività di approfondimento su tematiche finora colpevolmente trascurate o tenute in secondo piano.

Mentre ipotesi di lavoro ed altre iniziative spingono all’avvio di azioni concrete, ci sono episodi che suggeriscono di non perdere ulteriore tempo in chiacchiere, promesse, voli pindarici.

Sotto i riflettori – complice un’inchiesta giornalistica fatta oltreoceano dall’Huffington Post – ci è finita una azienda da anni sul mercato con una vasta gamma di prodotti professionali di sicurezza dei siti web e nota soprattutto per i suoi strumenti volti ad evitare il cosiddetto DDoS (Distributed Denial of Service, ovvero l’intasamento e il conseguente blocco di un server che eroga servizi o contenuti online).

La società Cloudflare è oggi accusata di aver fornito ad almeno sette organizzazioni terroristiche uno scudo virtuale difficilmente penetrabile e quindi una serie di garanzie di cybersecurity che rappresentano un ostacolo quasi insormontabile per le Nazioni che – per ragioni di difesa di un Paese, di giustizia e di pubblica sicurezza – cercano di contrastare chi possa attentare all’incolumità delle persone, alle infrastrutture critiche, alla pace sociale, alla serenità collettiva.

I clienti di Cloudflare – un po’ come le stelle nel vecchio Carosello di un noto salumificio – sono milioni. Nel comprensibilmente lungo elenco spiccano al-Shalab, l’OLP, le Brigate al-Quds, il PKK (il partito dei lavoratori del Kurdistan), Hamas, i talebani e i “martiri” di Aqsa. Niente male come portfolio, ma – lo si sa bene – “pecunia non olet”.

Laddove non ci sia spazio per valutazioni di ordine etico all’interno di una azienda che si ritiene affrancata di qualificarsi fornitrice di chicchessia in nome di una presunta libertà di espressione, il senso comune vorrebbe che qualcuno “sopra” prendesse in mano la situazione. Un intervento istituzionale viene sollecitato da più fronti e non manca occasione per riscontrare questo bisogno diffuso.

Il discorso si sposta quindi sui vincoli alla esportazione (o anche solo alla commercializzazione) di tecnologie di cui non si possa escludere un impiego diverso da quello originariamente congegnato o comunque tale da mettere a repentaglio la sicurezza nazionale e gli equilibri internazionali.

Le associazioni per i diritti civili parlano di potenziale bavaglio, sottolineando la necessità di “legittima difesa” per i dissidenti che combattono un regime dittatoriale e che su Internet hanno interesse a sopravvivere ad un ipotetico oscuramento. Il ragionamento è fondato. Peccato, però, che certi software siano il più delle volte acquistati proprio da certi poteri e non da eventuali carbonari digitali.

Il recentissimo caso Kashoggi, l’irrisolto omicidio Regeni e troppe altre tristi storie hanno un ingrediente comune: il ricorso a soluzioni hi-tech di spionaggio viscerale (in cui c’è uno zampino tricolore di cui certo non si può andare orgogliosi) che ci fa porre una infinità di domande che non trovano risposta.

Il problema è serio. Troppo importante per essere liquidato in poche righe, troppo delicato per non trovare seguito.

Mentre si dibatte per capire da che parte cominciare, qualcuno faccia la prima mossa. Sperando abbia ragione la buonanima del maestro Manzi, “non è mai troppo tardi”.

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