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Vi racconto cosa è successo negli aeroporti Usa: un blackout-tragedia

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Un inghippo ai sistemi informatici del Customs and Border Protection (CBP, l’agenzia federale cui competono i controlli doganali e la protezione dei confini) ha bloccato i voli internazionali paralizzando il traffico aereo a livello continentale.

 

“Tutti giù per terra”, inconfondibile finale del tradizionale “girotondo”, è stato ieri il ritornello echeggiato negli aeroporti di New York, Los Angeles, San Francisco, Philadelphia, Chicago e tante altre importanti città statunitensi.

Un “problemino” ai sistemi informatici del Customs and Border Protection (CBP, l’agenzia federale cui competono i controlli doganali e la protezione dei confini) ha bloccato i voli internazionali paralizzando il traffico aereo a livello continentale.

Mentre dalle nostre parti a qualcuno piacerebbe mutuare certi disservizi tecnologici per bloccare i porti italiani in barba al diritto del mare e alle sentenze amministrative, negli Stati Uniti il blackout dei computer di CBP si è comprensibilmente rivelato una tragedia. I passeggeri bloccati in aeroporto hanno sfiorato il brivido di Tom Hanks nel film “Terminal”: ore di ritardo, spiegazioni frammentarie e indecifrabili, incertezza e confusione sono stati lo sfondo di una giornata davvero nera.

I tecnici di CBP – secondo un comunicato stampa ufficiale – si sono adoperati per trattare le informazioni relative alle persone da e per l’estero utilizzando procedure alternative in attesa del ripristino della funzionalità dei sistemi informatici. In pratica, nel 2019, si è tornati a carta e penna. E non è certo una questione di “downgrade”, ovvero di flessione al ribasso delle attività, a preoccupare quanto gli inevitabili ciclopici rallentamenti delle operazioni svolte peraltro in maniera incompleta per il mancato supporto di dati disponibili solo in formato elettronico.

Quando alle 18,34 (ora della costa orientale) CBP ha twittato che “i sistemi stavano progressivamente tornando in servizio”, lo stesso ente federale ha dovuto ammettere di non avere alcuna notizia se il crash tecnologico fosse di origine dolosa o imputabile ad errori di programmazione.

Nel frattempo i social network hanno raccolto una infinità di video, girati dal JFK al LAX e a tutti gli altri scali di primario rilievo, in cui le impietose immagini di ritorno alla preistoria valevano più di qualsivoglia commento.

L’episodio – apparentemente lontano per la distanza geografica dall’epicentro del terremoto informatico – dovrebbe far riflettere (quasi ne fossero mancate precedenti occasioni!) sulla fragilità delle architetture tecnologiche su cui si basa il corretto funzionamento delle infrastrutture critiche.

Energia, telecomunicazioni, trasporti, sanità e finanza dipendono inevitabilmente dalla continuità e sulla regolarità degli apparati di elaborazione e trasmissione dati. Qualunque “malessere” dei programmi informatici – non importa se generato volontariamente da malintenzionati o determinato da imprecisione e fretta di chi ha progettato e realizzato il software – si riverbera rapidamente con un effetto domino e può trasformarsi in un vero e proprio disastro.

Alzare le spalle e non dar peso a determinati incidenti è il primo passo verso un baratro che invece potrebbe essere evitato affrontando in tempo e professionalmente tematiche di questo genere.

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