Innovazione

Tutte le bugie su 5G e Covid-19

di

Ligado

5G e Covid-19, ecco gli effetti delle fake news sulla sicurezza delle infrastrutture critiche. L’analisi del Cesi (Centro studi internazionali) presieduto da Andrea Margelletti

Mentre i cittadini di tutta Europa sono alle prese con un regime di quarantena che perdura da diverse settimane, mentre gli Stati stanno cercando di ottimizzare le risorse disponibili per consentire ai propri sistemi sanitari nazionali di reggere l’impatto dell’emergenza Coronavirus, su numerosi social si sta diffondendo una pericolosa fake news. Nello specifico, la notizia rivela presunti collegamenti tra l’installazione di antenne 5G in diverse città e l’insorgere di casi di Covid-19. Tale teoria viene generalmente declinata in due varianti. Una prima versione sostiene che le onde elettromagnetiche propagate dalle antenne 5G vadano ad indebolire il sistema immunitario, esponendo a maggiori rischi di contagio la popolazione risiedente nelle aree limitrofe. L’altra versione, invece, sostiene che il virus possa diffondersi più agevolmente ed estensivamente viaggiando attraverso le stesse onde.

Tali teorie sono spesso corredate da riferimenti a studi scientifici o ad opinioni di sedicenti esperti. Tra i riferimenti più ricorrenti si registra una monografia del dott. Ronald Neil Kostoff sui rischi dell’esposizione a onde elettromagnetiche per la salute umana, o alle parole del prof. Luc Montagnier, virologo presso l’Institute Pasteur di Parigi e Premio Nobel, che in una recente intervista alla tv francese avrebbe espresso vaghi dubbi a riguardo. Tuttavia, andando a verificare la validità di tali documenti o dichiarazioni, si scopre che la monografia in questione sia frutto di una iniziativa individuale del dott. Kostoff, priva di alcuna validazione da parte della comunità scientifica, nonché di prove empiriche a sostegno della propria tesi.

Nel caso invece del prof. Montagnier, dal quale tutta la comunità scientifica ha subitaneamente preso le distanze, le sue generiche perplessità sono state presto trasformate in dichiarazioni ufficiali dai sostenitori della teoria, frutto di anni di studi ed esperienza. A livello scientifico, ad oggi, nessuno studio è stato in grado di dimostrare che la tecnologia 5G, entro i livelli massimi stabiliti dalla legge, sia dannosa per la salute umana. Tale credenza è stata già più volte smentita dai maggiori consorzi di ricerca internazionali. Tra questi l’International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection (ICNIRP), che ha recentemente pubblicato un aggiornamento sulle linee guida per la gestione dei campi elettromagnetici, dopo uno studio di sette anni che non ha restituito alcuna evidenza in tal senso.

Nonostante la palese e banale inconsistenza di tale teoria, nonché le continue smentite da parte di media tradizionali, governi e comunità scientifica internazionale, la fake news in esame ha avuto un’ampissima diffusione in poco tempo e continua ad essere condivisa con buona frequenza su diversi social, anche in Italia. Ciò che rende peculiare tale informazione fallace e dunque degna di analisi, oltre al contenuto, è certamente una serie di episodi verificatisi verso la metà di aprile in Inghilterra. Sono stati infatti registrati numerosi atti di vandalismo contro antenne e installazioni 5G in diverse città britanniche, tra cui Birmingham, Liverpool e Londra. Il legame tra queste azioni vandaliche e le teorie sopra citate è stato esplicitato da diverse rivendicazioni online, nonché dalla comparsa di gruppi Facebook in cui alcune persone condividevano foto di antenne danneggiate, incitando ad ulteriori azioni.

Nonostante non sia certamente il primo, si tratta di un caso eclatante che getta luce sul potenziale distruttivo delle fake news, in grado di distorcere la realtà a tal punto da convincere determinati individui a intraprendere azioni violente, non più soltanto all’interno dello spazio cibernetico, ma anche nella realtà. Si tratta dunque di un profilo di rischio da esaminare con oculatezza nelle sue dinamiche e manifestazioni, dal momento che, in un’epoca dove il confine tra informazioni verificate e informazioni solo apparentemente veritiere è sempre più labile, potrebbe ricorrere con maggiore frequenza. Quella che insinua un legame tra 5G e coronavirus è un’informazione che presenta tutti gli elementi e le caratteristiche peculiari delle fake news o, più in generale, delle teorie del complotto.

Innanzitutto, si tratta di due argomenti, il virus Covid-19 e la tecnologia 5G, già bersagliati da campagne di disinformazione, nonché al centro di un confuso e magmatico dibattito. Da tempo, infatti, anche grazie ad un susseguirsi sussultorio di dichiarazioni incongruenti da parte di diversi leader politici internazionali, circolano ipotesi contrastanti circa l’origine e la causa dell’attuale pandemia. La tecnologia, d’altro canto, soprattutto se riguarda elementi ‘invisibili’, quali le onde elettromagnetiche (esemplare è qui il caso di H.A.A.R.P., al centro di numerose e fantasiose ricostruzioni), ricopre da sempre un ruolo da protagonista all’interno dell’universo della disinformazione e delle teorie del complotto. In questo caso, la generale mancanza di chiarezza su entrambi gli argomenti ha fatto sì che si generasse una correlazione assolutamente aleatoria.

Ad innescare tale meccanismo interviene la mancanza di competenze tecniche e di conoscenze scientifiche adeguate, che consentano al pubblico mainstream di maneggiare con autorità e consapevolezza l’argomento. La sensazione di avere a che fare con una ‘materia oscura’ acuisce dubbi, perplessità e paure, soprattutto in un’epoca in cui sembra sempre più difficile fare affidamento al parere degli esperti. Tali moti del pensiero collettivo sono inoltre acuiti dal momento storico in cui ci troviamo. L’esplosione di un ‘black swan event’ (secondo la definizione di Nassim Taleb), quale l’attuale pandemia, dunque la pervasiva sensazione di imminente catastrofe, innesca a livello collettivo una urgente ricerca di un senso, un colpevole o quanto meno di un capro espiatorio. Dal momento che, come nel caso del coronavirus, la natura non risponde alle accuse, è facile canalizzare sentimenti di rabbia verso più facili bersagli.

Una tecnologia nuova, dal funzionamento difficilmente comprensibile ai più, per di più al centro di un denso dibattito internazionale, si presta facilmente a tale scopo. Ciò che sorprende, nel caso in esame, è la rapidità con cui dalla semplice diffusione di una notizia online, si è giunti ad una serie coordinata di atti vandalici ai danni di un’infrastruttura telematica di rilevanza nazionale. Proprio tale velocità deve innescare, anche in Italia, una riflessione circa la necessità di monitorare costantemente la proliferazione sulla rete di fake news particolarmente dannose per la collettività, al fine di circoscriverle e neutralizzarle prima che possano raggiungere ampia diffusione e generare a rischi per la pubblica sicurezza.

Per far fronte a questa tipologia di minaccia, occorre agire su due piani. Da un lato occorre predisporre campagne mirate di contro-informazione, dall’altro monitorare la diffusione di tali informazioni su tutti i media, con particolare riferimento ai social network. Per quanto riguarda il primo aspetto, numerosi sono stati i comunicati da parte degli organi istituzionali di diversi Paesi, non ultima l’Italia, atti a smentire il legame coronavirus-5G e a persuadere i cittadini ad utilizzare solo fonti autorevoli di informazione. Tuttavia, occorre partire dal presupposto che, soprattutto per le persone inclini ad accettarle come vere, i meccanismi retorici delle fake news risultano spesso più forti di quelli delle comunicazioni ufficiali, soprattutto ex-post. Sarebbe dunque utile, una volta attenzionato un fenomeno a rischio fake news quale l’infrastruttura 5G, predisporre delle campagne educative preventive, promosse dalle istituzioni in stretta partnership con i principali operatori del settore, che educhino il cittadino circa le opportunità e i vantaggi della rete 5G per tutta una serie di ambiti applicativi.

Il processo di fidelizzazione preliminare con una tecnologia nuova e di prossima introduzione nell’uso quotidiano crea degli anticorpi cognitivi che riducono il potere persuasivo delle fake news. Nel fare ciò, inoltre, occorre tenere presente come spesso queste ultime si diffondano attraverso canali chiusi, ma non meno pervasivi (quali ad esempio i gruppi Telegram o Whatsapp), che riescono difficilmente ad essere raggiunti dalla contro-informazione istituzionale. Anche al fine di agevolare la diffusione di tali campagne informative, agendo selettivamente sui terreni social più ‘infettati’ da particolare disinformazione, è importante sviluppare, a livello delle principali agenzie di pubblica sicurezza, capacità di monitoraggio delle fake news e di mappatura della loro diffusione sui social network. A tal fine, risulta fondamentale l’operato di specialisti di social media intelligence (SOCMINT) e di software basati su Intelligenza Artificiale per l’aggregazione e l’analisi in tempo reale di enormi quantità di contenuti multimediali presenti sui social.

Altrettanto fondamentale, soprattutto qualora il fenomeno riguardi un settore di rilevanza nazionale quale l’infrastruttura 5G, è la proficua e trasparente interazione tra la sfera pubblica, gli operatori del settore e le aziende proprietarie delle principali piattaforme social, di informazione e di comunicazione. Nel caso specifico inglese, nonostante Twitter, YouTube e Facebook si siano prodigati, su sollecitazione del governo britannico, a censurare contenuti ritenuti dannosi per la comunità, tale sforzo non è stato sufficiente ad arrestare il diffondersi della fake news o ad impedire ad alcuni individui di dare fuoco ad alcune antenne. Sebbene in tale circostanza si sia trattato di episodi circoscrivibili e di moderata entità, non è da escludere che tali fenomeni in futuro possano ripresentarsi con maggiore entità, innescando escalation che potrebbero compromettere l’intera connettività di un Paese.

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