Innovazione

Tim e non solo, come deve essere la società della rete secondo Antitrust e Agcom

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reti Tim agcom

La società della rete unica può essere o non un operatore verticalmente integrato come Tim? Ecco la posizione di Antitrust (Agcm) e Agcom quando nel 2014 si espressero sul tema ora tornato d’attualità con il piano Fibercop dell’ex Telecom Italia con Kkr e Fastweb, oltre al ruolo di Cdp con Open Fiber

 

Tim muove i primi passi verso la società unica della rete. E lo fa insieme a Kkr e Fastweb, con cui darà vita a FiberCop. Nella società confluirà la rete secondaria di Tim, quella in rame che dagli armadietti sotto le abitazioni arriva nelle case dei clienti, ma non è escluso in futuro anche un coinvolgimento di Open Fiber, controllata da Enel e Cdp.

Ad esprimersi dovranno essere anche Agcom e Agcm: bocceranno o promuoveranno la rete unica pensata da Tim e Cdp su spinta del governo? Qualche indicazione arriva da un’analisi congiunta sul tema effettuata nel 2014.

Andiamo per gradi.

LA NUOVA SOCIETA’

Tim lavora a FiberCop con Kkr e Fastweb. Kkr rileverà il 37,5% di FiberCop mettendo sul piatto 1,8 miliardi di euro. Fastweb, invece, conferirà il suo 20% di FlashFiber (joint venture con Tim), per avere un 4,5% del capitale della nuova società.

ACCESSCO

E, secondo gli accordi, anche quando dal primo nucleo di rete unita, FiberCop, si passerà alla nuova società AccessCo, Tim manterrà il 51% della società. La governance sarà condivisa: Tim avrà la minoranza del cda e l’amministratore delegato che designerà dovrà avere il gradimento di Cdp, che invece sceglierà il presidente che avrà deleghe pesanti, tra cui quella della sicurezza della rete, scrive Ansa.

PIANO CHE DEVONO APPROVARE AGCOM E AGCM

Ad esprimersi su FiberCop e poi su AccessCo saranno anche Agcom ed Agcm, che sul tema in realtà si erano già espresse nel 2014, con un’analisi sugli scenari dell’evoluzione delle infrastrutture a banda larga, delle relative proprietà e delle conseguenze per la concorrenza.

LE TRE VIE DI AGCOM-AGCM

Tre gli scenari previsti da Antitrust e Agcom: lo sviluppo e la gestione della rete Fttb/H da parte di un operatore di rete “puro” non verticalmente integrato; lo sviluppo e la gestione della rete Fttb/H da parte dell’operatore dominante verticalmente integrato; lo sviluppo e la gestione della rete Fttb/H attraverso una joint venture tra più operatori.

PRIMO SCENARIO: PIENA CONCORRENZA

Promosso a pieni voti, per Agcom ed Agcm, il primo scenario in cui si verifica “il superamento definitivo dell’integrazione verticale tra proprietà della rete che costituisce un’essential facility e la fornitura di servizi che ha storicamente caratterizzato il settore di rete fissa anche dopo la liberalizzazione. La separazione proprietaria tra rete “essenziale” e servizi presenta evidenti pregi sotto il profilo concorrenziale, dal momento che rimuove ab origine gli incentivi ad attuare condotte discriminatorie sotto il profilo economico e tecnico da parte del gestore della rete e costituisce, dunque, la più solida base per consentire il pieno rispetto”.

Non mancano comunque i rischi “derivanti dalla domanda incerta da parte degli utenti finali o degli operatori intermedi, ma anche ai rischi derivanti da possibili comportamenti opportunistici degli operatori a valle”.

AGCOM E AGCM BOCCIANO L’INTEGRAZIONE VERTICALE

Agcom ed Agcm non sono, invece, a favore di “un operatore dominante verticalmente integrato”, la cui presenza potrebbe portare a “criticità concorrenziali”.

“Una situazione più critica – spiegavano le Autority – si verrebbe a determinare laddove lo sviluppo di reti Fttb/H non fosse realizzato per crescita “interna”, ma attraverso eventuali operazioni di concentrazione che coinvolgessero l’unico operatore wholesale che dispone di una infrastruttura alternativa Fttb/H relativamente estesa. Tra i diversi scenari considerati in questo studio, è quello potenzialmente più restrittivo per la concorrenza”.

L’IPOTESI DI JOINT VENTURE

Tra gli scenari presi in considerazioni tra Agcom ed Agcm c’era anche quello della creazione di una joint venture tra più operatori di rete fissa. Questa ipotesi “non fa venire meno l’integrazione verticale tra gestione della rete e fornitura dei servizi agli utenti finali, ma ne modifica sostanzialmente la fisionomia”.

“L’integrazione verticale, infatti, non riguarderebbe il solo operatore incumbent – scrivevano le due authority nel 2014 –  ma una pluralità di operatori. Ciò può comportare dei vantaggi sotto il profilo concorrenziale, riducendo i rischi di discriminazione ex-post, soprattutto laddove il progetto dell’impresa comune sia condiviso da operatori che detengono una quota di mercato significativa”.

LE PERPLESSITA’ SULLA JV

La terza via, quella della joint venture, “porta con sé il rischio di facilitare il coordinamento delle condotte delle società partner non solo a livello direalizzazione della rete, ma anche nella fornitura dei servizi agli utenti finali, a danno di quest’ultimi”.

“La normativa a tutela della concorrenza e la sua applicazione da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – si legge nell’Executive Summary –  non costituiscono ostacolo alla realizzazione di progetti di joint venture in grado di assicurare uno sviluppo efficiente delle reti, migliorando il benessere dei consumatori senza prevedere restrizioni che non siano indispensabili per raggiungere tali obiettivi e che non diano alle imprese interessate la possibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti di cui trattasi”.

NUOVA REGOLAMENTAZIONE?

“Dal punto di vista regolamentare è poi evidente che una tale ipotesi richiederebbe un aggiornamento della regolazione esistente nella misura in cui ciò si rendesse necessario in virtù del venir meno della relazione funzionale tra accesso alla risorsa essenziale e integrazione verticale del solo operatore incumbent”.

IMPOSSIBILE VALUTAZIONI A PRIORI DELLA JOINT VENTURE

Agcom ed Agcm, comunque, non promuovono a priori la joint venture. “Non è possibile fornire una valutazione circa la compatibilità o meno con la normativa a tutela della concorrenza di un progetto di joint venture, dal momento che tale valutazione dipende in maniera significativa dall’insieme di elementi strutturali e contrattuali che caratterizzano il progetto in questione”, scrivono le due Autorithy.

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COMUNICATO CONGIUNTO AGCOM-AGCM DATATO 8 NOVEMBRE 2014

La realizzazione delle reti a banda larga è essenziale per realizzare gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea e per fornire una spinta alla crescita dell’economia. Ma mentre in alcune aree del Paese si assiste a una dinamica concorrenziale da parte degli operatori privati sotto lo stimolo della regolamentazione, in altre si registra una sostanziale assenza di investimenti infrastrutturali. Per questo serve un Piano strategico nazionale per lo sviluppo delle reti di nuova generazione, anche con la previsione di politiche pubbliche a sostegno degli investimenti; occorre accelerare la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e, più in generale, promuovere interventi pubblici a sostegno della domanda e dell’offerta di servizi a banda ultra-larga; vanno sostenute forme di joint-venture tra operatori privati finalizzate ad accelerare gli investimenti nelle reti di nuova generazione. Sono queste le principali indicazioni che emergono dall’indagine conoscitiva sulle reti di telecomunicazione di nuova generazione promossa nello scorso gennaio dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) e dall’Autorità per le Comunicazioni (Agcom) e giunta ora alla conclusione

Scopo dell’indagine: i) esaminare se la dinamica naturale degli investimenti nelle reti a banda ultra-larga consenta di realizzare quel rinnovamento radicale delle infrastrutture richiesto dall’affermazione dell’economia e della società digitale; ii) valutare in che modo la tutela della concorrenza – statica e dinamica – e la regolamentazione dei mercati interagiscano con i profondi cambiamenti tecnologici e di mercato e con le possibili politiche pubbliche nel settore delle comunicazioni elettroniche.

Presupposto essenziale dell’indagine è che le reti di comunicazione elettronica sono la struttura portante dell’economia digitale e della società dell’informazione e, oggi più che mai, un fattore determinante per la competitività e la crescita economica. Ne discende, quindi, la necessità di colmare il ritardo che l’Italia sconta nello sviluppo delle reti di comunicazione a banda ultra-larga e nella diffusione delle competenze digitali nella popolazione e tra le imprese.

Sulla base di queste premesse, le due Autorità, prospettando diversi scenari tecnologici e di mercato con le relative ricadute in termini competitivi, hanno fornito un contributo tecnico – condiviso – funzionale alla comprensione ed alla valutazione dei risultati conseguibili attraverso l’iniziativa privata e, di conseguenza, utile alla definizione di un contesto istituzionale di regole e, più in generale, di una politica pubblica efficace, coerente e trasparente.

Più in dettaglio, ecco alcuni punti qualificanti dell’analisi.

1) Le reti ed i servizi di nuova generazione.

La realizzazione delle reti di nuova generazione deve essere riconosciuta come un’esigenza prioritaria per la competitività dell’intero sistema economico e per la crescita, meritevole di un intervento di politica pubblica, in quanto le sole forze di mercato non portano – naturalmente – al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea. I motivi sono noti. Per un verso, l’Italia non è caratterizzata da una diffusa cultura digitale e sono poche le famiglie (e le imprese) connesse ad Internet, come pure risulta modesto l’utilizzo dei servizi digitali on-line. Per altro verso, gli investimenti delle imprese private sono insufficienti – nel medio periodo – a garantire lo sviluppo diffuso delle reti di nuova generazione. Ciò in quanto si tratta di investimenti che comportano significativi costi irrecuperabili, mentre i connessi ricavi incrementali attesi dagli operatori appaiono altamente incerti. Ed è proprio tale incertezza, peraltro in un contesto di progressiva riduzione di ricavi e margini nell’industria delle TLC, che costituisce probabilmente il principale fattore di rischio che incide sugli (insufficienti) investimenti nelle nuove infrastrutture. Tuttavia, per programmare gli investimenti, sarebbe riduttivo considerare solo l’attuale domanda di servizi a banda ultra-larga, senza valutare che – nei prossimi anni – la domanda di banda crescerà considerevolmente, sia con riguardo agli utilizzi delle famiglie (video on-line, ad esempio), sia con riguardo alle esigenze della Pubblica Amministrazione e delle imprese private (cloud computing, ad esempio).

2) Piano strategico nazionale per lo sviluppo delle reti.

Appare fondamentale la definizione di un Piano strategico nazionale per lo sviluppo delle infrastrutture che individui in maniera organica le aree di intervento, semplifichi le relazioni tra i diversi decisori coinvolti e svolga una pianificazione degli interventi sulle infrastrutture, proseguendo nel contempo con l’accelerazione della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Ciò al fine di ridurre le incertezze che possono gravare sulle scelte di investimento degli operatori privati, rallentando lo sviluppo delle infrastrutture. In questo contesto, assume un rilievo significativo anche la politica di sostegno della domanda. Si potrebbero considerare ad esempio interventi pubblici volti a promuovere una maggiore trasparenza della qualità delle connessioni on-line al fine di rendere gli utenti maggiormente consapevoli della differenziazione dei servizi di connettività a Internet. Particolarmente efficaci possono essere politiche di sostegno della domanda sotto forma di voucher, sovvenzioni, benefici fiscali per le famiglie e/o imprese che vogliano dotarsi di una connettività a banda ultra-larga. Dal lato dell’offerta, occorre garantire che gli enti locali contribuiscano attivamente all’obiettivo di digitalizzazione attraverso i necessari interventi di semplificazione amministrativa che, coerentemente con le iniziative promosse a livello legislativo, consentano di ridurre i tempi e i costi per la posa delle infrastrutture in fibra ottica. Vi è – inoltre – un evidente spazio per l’intervento pubblico diretto nelle aree del Paese che non risultano coperte dai piani di investimento privati. L’investimento pubblico deve però chiaramente coniugarsi con modalità di selezione degli operatori e scelte architetturali idonee a garantire una effettiva concorrenza.

3) Agenda Digitale Europea, programmi pubblici, ruolo dei privati.

Il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea può richiedere un differente insieme di politiche pubbliche che possono riguardare anche aree nelle quali gli operatori privati hanno già definito piani di investimento. In queste circostanze, è evidente che, tanto più la politica pubblica assume un ruolo di guida del processo innovativo del settore, tanto più occorre tenere presente i rischi per il funzionamento dei mercati e per il processo concorrenziale, sia nella sua declinazione statica che dinamica. Più in generale, l’intervento pubblico – che appare necessario anche nel nostro Paese per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea – può intrecciarsi con scenari di organizzazione del settore che presentano gradi di problematicità differenti con riguardo agli impatti concorrenziali e le misure regolamentari.

La realizzazione di un assetto di mercato caratterizzato dall’esistenza di un operatore di rete “puro”, non verticalmente integrato nella fornitura di servizi agli utenti finali, costituisce evidentemente lo scenario “ideale” sotto il profilo concorrenziale e più “lineare” dal punto di vista della regolamentazione; tuttavia, si tratta di uno scenario di assai difficile realizzazione concreta. Un eventuale scenario alternativo, in cui la struttura di mercato venisse a riorganizzarsi solo sulla figura dell’operatore dominante verticalmente integrato, implicherebbe – al contrario – uno scrutinio particolarmente attento sia sotto il profilo antitrust, sia in relazione alla sua disciplina regolamentare. Un terzo scenario è quello in cui si sviluppano forme di co-investimento tra una pluralità di operatori, eventualmente anche attraverso la costituzione di joint venture. Se quest’ultima opzione venisse realizzata in modo da non restringere ingiustificatamente gli spazi per il confronto concorrenziale, potrebbe essere considerata come soluzione di second best dal punto di vista concorrenziale, ma con il merito di accelerare i processi di investimento nelle reti di nuova generazione.

EXECUTIVE SUMMARY

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