Innovazione

Tutte le previsioni ottimistiche (troppo?) di Spotify a Wall Street

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Spotify

In attesa del 3 aprile, giorno della quotazione in Borsa, la società svedese di streaming musicale Spotify ha presentato le sue prime previsioni finanziarie. L’articolo di Chiara Rossi

Il 2018 andrà alla grande. Ne è convinto il colosso svedese dello streaming musicale che martedì prossimo, 3 aprile, sbarcherà a Wall Street tramite quotazione diretta e lunedì ha pubblicato le stime e i target per il suo primo esercizio fiscale da società quotata. Spotify ha preferito il trading delle azioni già esistenti piuttosto che un’ipo tradizionale, come già raccontato da Start Magazine. Senza il supporto delle banche di investimento tradizionali, Spotify ha bisogno di rassicurare istituzioni e investitori con una storia positiva.

Ed è convinta che farà molto bene quest’anno, sia generando un aumento delle entrate e degli abbonati pagati sia migliorando i margini. Non solo, anche le perdite si ridurranno.

TUTTI I NUMERI DI SPOTIFY

Entro la fine dell’anno la società fondata in Svezia nel 2006 prevede di raggiungere 96 milioni di abbonati paganti, rispetto ai 71 milioni dello scorso anno segnando un aumento del 36%.

Per quanto riguarda le entrate, Spotify ritiene che potrebbero toccare i 5,3 miliardi di euro, in crescita del 30%. Allo stesso tempo i margini lordi potrebbero arrivare al 25%, in aumento rispetto al 21%. Per il primo trimestre, la società guidata dal fondatore e ceo Daniel Ek prevede ricavi da 1,10 miliardi a 1,15 miliardi di euro, in aumento dal 22 al 27%.

Le perdite operative si ridurranno da 230 milioni a 330 milioni di euro, tra cui quasi 40 milioni di euro di costi associati alla quotazione in borsa.

DIMENTICARE I PRECEDENTI NEGATIVI

Gli investitori che valuteranno se puntare sulla piattaforma di streaming musicale più famosa al mondo devono però guardare al coro dei predecessori che hanno provato e hanno fallito nelle stesse sfide. Il servizio di radio online americano, Pandora Media, non è stata redditizio in sei anni dopo la quotazione. Senza dimenticare il competitor europeo Deezer, considerato un tempo come un rivale di Spotify, ha ritirato l’offerta pubblica iniziale nel 2015.

Spotify ha presentato delle buone carte, resta solo un piccolo difetto nel modello di business: non guadagna soldi. Il servizio ha registrato perdite maggiori in tre anni consecutivi, nonostante le vendite quadruplicate.

LA NETFLIX DELLA MUSICA, QUASI

Come riporta Bloomberg, per convincere Wall Street, Ek ha assunto Barry McCarthy, il mago della finanza che ha “insegnato” agli investitori ad amare un altro servizio di abbonamento. McCarthy è stato infatti Chief Financial Officer di Netflix quando la piattaforma di video-streaming si è quotata nel 2002.

Secondo McCarthy, Netflix è il caso migliore con cui confrontarsi. Gli investitori hanno superato le preoccupazioni per la spesa di Netflix – che ha previsto un budget di almeno 8 miliardi di dollari per la programmazione di quest’anno – perché ha la fiducia di più di 100 milioni di persone in tutto il mondo (che pagano circa 9 dollari al mese per il suo servizio). La società è valutata oggi oltre 120 miliardi di dollari.

Come Netflix, Spotify ha creato un universo alternativo on-demand. Sa cosa ascolti, quando e per quanto tempo. Elabora questi dati per sfornare playlist ad hoc in cui l’utente non può non ritrovarcisi. Secondo Bloomberg, tuttavia, a differenza di Netflix, che produce programmi e film originali, Spotify insiste sul fatto che non vuole produrre musica. McCarthy sarebbe stato introdotto perché è uno dei pochi Cfo a guidare con successo un servizio di abbonamento sul mercato. Non a caso, ha lasciato Netflix prima che iniziasse a creare contenuti originali.

In attesa di sapere come andrà il primo giorno di trading la prossima settimana, Daniel Ek è fiducioso: “Spotify è molto più grande di quanto pensassi, e l’opportunità che ci attende è molto, molto più grande di quanto voi possiate immaginare”.

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