Innovazione

Soundreef, come è nata e cosa farà

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soundreef

Storia e cronaca di Soundreef, l’alternativa alla Siae, secondo il racconto di Davide d’Atri nel libro “La musica è cambiata” (Aliberti), scritto a quattro mani con Alessandro Reale

 

Non è facile la vita per gli alternativi. Non è (stata) facile la vita per la società inglese Soundreef LTD, azienda nata nel settembre 2011 con una dotazione di ottantacinquemila euro di investimento, che si propone di essere, sul mercato italiano, un’alternativa alla Siae.

COSA FA SOUNDREEF

Soundreef, in pratica, si occupa di gestione e ripartizione di royalties per conto di autori, editori o etichette discografiche. L’azienda analizza la musica suonata in alcuni contesti, incassa i compensi pagati dagli utilizzatori e ripartisce tali compensi in maniera analitica ad autori, editori ed etichette.

LA NASCITA

L’azienda è nata nel settembre 2011 grazie al lavoro di Francesco Danieli, 34 anni, e Davide d’Atri, 35 anni, “con una dotazione di ottantacinquemila euro di investimento versati da Luigi Capello”, racconta d’Atri, attuale amministratore delegato dell’azienda, nel libro La musica è cambiata. La vera storia di Soundreef, la startup che ha messo fine a un monopolio secolare, scritto a quattro mani con Alessandro Reale.

Quegli ottantacinquemila euro era solo una base di partenza, come è facile immaginare. E quelle non furono le uniche risorse a entrare all’avvio di quella non facile impresa.

I PRIMI INVESTITORI

E così, dopo una sessantina di giorni sono arrivate due offerte concorrenti. “Una era la Italian Angels for Growth, club di investitori molto attivo sul territorio, l’altra una società italiana di nome Castro. A gestirla era la famiglia Poderi (Chiarisco: Castro e Poderi sono nomi di fantasia)”, racconta d’Atri.

“Quella dei Poderi era una solida famiglia partenopea estremamente facoltosa. Erano degli industriali, e nel loro settore godevano di molto prestigio. Vantavano una tradizione che risaliva addirittura all’inizio del Novecento”, continua d’Atri.

DUBBI E PERPLESSITÀ

Nonostante le ingenti possibilità, però, si trattava di fatto di un gruppo a conduzione familiare. Mancava, secondo quanto si legge nel libro, una figura imprenditoriale leader.

“La madre, una donna estremamente distinta, non aveva mai operato direttamente nell’attività di famiglia. Sui due figli, poi, nutrivo più di una perplessità. Incontrai entrambi i gruppi nell’autunno del 2011, riscontrando da ambo i lati un sincero consenso per il progetto”. Nonostante tutto i Poderi vinsero su Italian Angels for Growth “Magari non ero pronto a misurarmi con un fondo di investimenti così importante come gli Italian Angels for Growth, non in quella fase ancora totalmente embrionale dell’impresa”, racconta il fondatore.

SOUNDREEF, UN SETTORE PER UNO SOLO

Ma la poca esperienza e la conduzione familiare fecero vedere fin da subito i limiti di questo investimento. E solo dopo pochi mesi iniziarono ad emergere le prime tensioni fra Soundreef e i Poderi.

“Il problema principale era legato alla loro esperienza nel settore: Soundreef era una nuova impresa che operava in un segmento nel quale nessuno si era cimentato prima, SIAE a parte. Avere a che fare con un’azienda di questo genere poteva essere rischioso, complesso, pieno di situazioni difficili da leggere. I Poderi non erano preparati ad investire in un’attività come quella”, spiega Davide d’Atri.

TROPPE INGERENZE

Il figlio maggiore della famiglia, avvocato, si propose anche di “mettere mano pesantemente sulle dinamiche societarie. In realtà ritenne opportuno offrire delle consulenze legali atte a “consolidare lo sviluppo dell’azienda”. Consulenze che, tuttavia, risulta vano il più delle volte inutili o addirittura errate, e per le quali richiedeva ingenti somme a compenso”.

Queste ingerenze “all’interno di alcuni aspetti di Soundreef, da parte del gruppo Castro, divennero sempre più frequenti”, racconta d’Atri. “Il culmine lo avemmo neanche sei mesi dopo il loro ingresso nell’impresa: alla luce degli andamenti a loro giudizio “troppo altalenanti” e un business plan, sempre a loro avviso, che si prestava a variabili che ne minavano la solidità, iniziarono a fare pressioni affinché io mi facessi da parte e lasciassi il mio ruolo di Amministratore Delegato. Secondo loro, io ero più adatto a fare il direttore commerciale, e secondo il loro schema sarebbe stato meglio mettere un altro al mio posto, rivedendo con l’occasione tutto il business plan. Ciliegina sulla torta: la loro “proposta” fu che a occuparsi di quell’aggiornamento fosse un ex amministratore delegato di un’importante multinazionale, che aveva fornito ai Poderi un preventivo che superava i centocinquantamila euro, per la sola revisione del piano di business”, continua l’attuale amministratore delegato di Soundreef.

I MOTIVI DEI DISSIDI

Ma cos’era che aveva portato a tutto questo? Per Davide d’Atri non fu facile capirlo e dopo giorni passati a pensare, capì che aveva sbagliato punto di vista. “L’andamento commerciale di Soundreef non c’entrava niente con i motivi per cui il gruppo Castro voleva farmi fuori: loro volevano sollevarmi dall’incarico perché avevo mancato loro di rispetto da un punto di vista personale”, durante una telefonata con il commercialista, questi “aveva inserito il vivavoce al suo apparecchio senza darmene avviso, permettendo alla madre dei Poderi, in quel momento presente, di assistere alla conversazione che io credevo avesse un carattere confidenziale tra me e lui” racconta Davide d’Atri. Il fondatore aveva alzato un po’ la voce in quella conversazione e questa volta fu la donna a replicare.

UNA CARTA DA GIOCARE

Ma d’Atri aveva ancora una carta da poter giocare in quella guerra: il contratto. “L’accordo che avevo sottoscritto con i Poderi aveva delle caratteristiche che mi tornarono infinitamente utili in quel frangente”, racconta il fondatore. “Anzitutto i Poderi avevano firmato per una quota pari al 30%. Questo significava che, anche se avessero voluto effettuare cambiamenti sostanziali all’azienda, non avevano alcuna maggioranza per farlo. Né in assemblea dei soci né nel Consiglio di Amministrazione. Inoltre non avevano inserito alcun “veto speciale”, cosa che generalmente gli investitori richiedono. L’unico veto inserito era quello sugli aumenti di capitale, ma non rappresentava un grave problema”.

IL PUNTO DI NON RITORNO

“A un certo punto la situazione assunse tinte paradossali: il gruppo Castro iniziò a comunicare con noi solo tramite avvocati. Questo ci costringeva, a nostra volta, a rispondere solo attraverso le vie legali. Era l’esatta misura di quanto un nodo personale possa inficiare sugli affari: in pratica i Poderi spendevano soldi per farci scrivere dagli avvocati, e intrinsecamente mettevano in conto che noi avremmo speso soldi (da loro investiti) per rispondere. Un piccolo suicidio finanziario. Sul fronte interno le cose non andavano meglio: subivamo revisioni a cadenza praticamente settimanale. Le comunicazioni che inviavamo venivano analizzate ai raggi X. Persino le assemblee erano diventate un problema: arrivammo al punto che io e Francesco (Danieli, co-fondatore di Soundreef) in occasione dei CdA scrivevamo dei testi precisi giorni prima, e ci limitavamo a leggerli in sede di riunione. Soppesavamo ogni singola parola che usciva dalla nostra bocca, sapendo che qualsiasi passo falso avrebbe potuto essere fatale”.

LA VENDITA DELLA QUOTA

L’unica fine alla storia tra Soundreef e i Poderi doveva essere la vendita delle quote del gruppo Castro. E “fu Luiss Enlabs, l’incubatore di startup di Luigi Capello, il “deus ex machina” che riuscì a convincere il gruppo Castro a farsi rappresentare” da d’Atri “nella vendita della loro quota”.

UN NUOVO INVESTITORE

Passarono soli ventisette giorni e Davide D’Atri aveva già trovato un nuovo investitore. Era VAM INVESTMENTS, private equity piuttosto importante, e attualmente principale player in quota Soundreef.

“La trattativa con VAM fu tutt’altro che semplice. Nonostante questo, l’idea di potermi finalmente misurare con una società di investimenti leader nel settore in ì qualche modo mi confortava, tanto che qualsiasi difficoltà nelle fasi di accordo mi sembrava qualcosa di assolutamente risolvibile rispetto all’inferno personale che stavo vivendo con i Poderi” si legge nel libro La Musica è cambiata. “Ebbi – credo – almeno dieci o dodici riunioni con i rappresentanti di VAM, senza contare le e-mail e le conference call. In quella fase fu determinante l’operato di Marco Piana, founder di VAM e oggi presidente e membro del CdA di Soundreef S.p.a., che aveva creduto nell’esito positivo di questa operazione tanto quanto me”.

UN COLPO DI CODA

A trattative oramai avviate e quasi finalizzate, il figlio maggiore dei Poderi decise che sarebbe stato lui a portare avanti la cessione delle quote. “Mi defilai, non aveva senso fare resistenza ormai. – racconta d’Agri – Morale della favola: nonostante avessi preparato un terreno piuttosto agevole per finalizzare l’accordo sulla base di settecentomila euro a fronte della quota dei Poderi in Soundreef, gli emissari di VAM sfruttarono a loro favore il cambio di interlocutore, e a titolo puramente “perlustrativo” proposero seicentomila euro al figlio dei Poderi. Che accettò. Con buona pace delle mie migliori, quanto evidentemente inutili, intenzioni”.

LA NASCITA DI SOUNDREEF SPA

Il giorno (ottobre 2015) della cessione delle quote, dal notaio, furono siglati 5 diversi atti: il passaggio delle quote dei Poderi a VAM, la creazione, con successivo aumento di capitale, di Soundreef Spa e l’acquisizione da parte di quest’ultima di Soundreef LTD.

UNA NUOVA ERA INDUSTRIALE

Quel giorno, per Soundreef iniziò una nuova fase di espansione e “si aprì una nuova era nella mia avventura nell’industria musicale”.

In realtà, già “nell’aprile dell’anno precedente, 2014, Soundreef aveva iniziato a crearsi il suo spazio all’interno del mondo della musica Live, estendendo di fatto un raggio d’azione fino a quel momento confinato alla musica di sottofondo nei centri commerciali. Nel frattempo, autori ed editori internazionali, principalmente americani, rinfoltivano costantemente la squadra degli iscritti alla nostra Società per la gestione dei loro compensi”, racconta il fondatore.

SOUNDREEF E L’ITALIA

E sempre il mese di ottobre fu determinante anche per la sopravvivenza di Soundreef in Italia, come alternativa (o rivale) di Sia. “Nell’ottobre precedente alla conclusione dell’affare Poderi, il tribunale di Milano aveva sancito una tappa legislativa enormemente importante nell’economia della nostra battaglia, respingendo l’istanza di una cantautrice e di una Radio In-Store che avevano interpellato le autorità italiane per definire l’illegittimità del nostro operato al di fuori dell’intermediazione di SIAE”.

“Tutto quello che accadde dal giorno dopo la sentenza milanese ridimensionò tuttavia ciò che avevo vissuto professionalmente fino a quel momento. Gli eventi successivi, di fatto, avrebbero cambiato Soundreef per sempre”, si legge in La musica è cambiata.

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