Innovazione

Smartphone, radiofrequenze e cancro. Report (tranquillizzante) dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss)

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Che cosa è scritto nel rapporto ISTISAN “Esposizione a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche” curato da Susanna Lagorio, Laura Anglesio, Giovanni d’Amore, Carmela Marino e Maria Rosaria Scarfì, un gruppo multidisciplinare di esperti di diverse agenzie italiane (ISS, ARPA Piemonte, ENEA e CNR-IREA)

 

Sulla possibile correlazione tra smartphone e aumento delle patologie tumorali la comunità scientifica dibatte da una vita. C’è chi sostiene che un uso prolungato del cellulare possa danneggiare i nostri organi interni, chi replica interpellando le molte ricerche già fatte e che non hanno portato a nulla di concreto. Resta però che, ormai, gli sviluppi nelle telecomunicazioni hanno reso ubiquitaria l’esposizione alle radiofrequenze (RF). Quanto male può farci l’inquinamento elettromagnetico? Cosa sappiamo dei rischi per la salute a questi livelli di esposizione? Alcune risposte le ha date l’ultimo report Istisan (qui per scaricarlo completo) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

RISCHIO CANCRO, SMARTPHONE ASSOLTI?

Qualche anno fa fece scalpore il fatto che l’IARC avesse classificato le RF nel gruppo 2B, ovvero degli agenti possibili cancerogeni. Non si aveva certezza, perciò, come impone il buon senso, si consigliava precauzione. Era il 2011. Sono passati otto anni. Cosa sappiamo in più di allora? A leggere le risultanze del Rapporto ISTISAN “Esposizione a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche” curato da Susanna Lagorio, Laura Anglesio, Giovanni d’Amore, Carmela Marino e Maria Rosaria Scarfì, un gruppo multidisciplinare di esperti di diverse agenzie italiane (ISS, ARPA Piemonte, ENEA e CNR-IREA), qualche risposta in più la abbiamo. «In base alle evidenze epidemiologiche attuali – scrivono gli esperti -, l’uso del cellulare non risulta associato all’incidenza di neoplasie nelle aree più esposte alle radiofrequenza durante le chiamate vocali».

UNA INDAGINE VENTENNALE

E lo si può dire con una certa sicurezza. Perché se può essere vero, come dissero alcuni, che sul tema mancassero studi sul lungo periodo, ormai, dalla messa in circolazione dei primi cellulari fino ad arrivare agli ultimi smartphone, questi dispositivi sono stati tenuti sotto scrupolosa osservazione. A tal punto che, in anni di studi, dati e referti, il Rapporto conclude come non vengano rilevati «incrementi dei rischi di tumori maligni (glioma) o benigni (meningioma, neuroma acustico, tumori delle ghiandole salivari) in relazione all’uso prolungato (10 anni) dei telefoni mobili. Sono in corso – precisano però i relatori – ulteriori studi orientati a chiarire le residue incertezze riguardo ai tumori a più lenta crescita e all’uso del cellulare iniziato durante l’infanzia».

SMARTPHONE PRIMA FONTE DI RADIOFREQUENZA

La maggior parte della dose quotidiana di energia a radiofrequenza continua a derivare, come immaginabile, «dall’uso del cellulare. L’efficienza della rete condiziona l’esposizione degli utenti perché la potenza di emissione del telefonino durante l’uso è tanto minore quanto migliore è la copertura fornita dalla stazione radio base più vicina». Tuttavia, rispetto al passato le cose sono cambiate in meglio: «La potenza media per chiamata di un cellulare connesso ad una rete 3G o 4G è 100-500 volte inferiore a quella di un dispositivo collegato ad una rete 2G».

PIU’ IMPIANTI, MA MENO DANNOSI

Ovviamente sotto la lente non solo gli smartphone ma tutti i dispositivi in grado di emettere e ricevere radiofrequenze. Ormai sono tantissimi: sarà aumentata quindi esponenzialmente la nostra esposizione? Né sì né no. Perché, se è vero che l’inquinamento elettromagnetico resta una incognita dal quale guardarsi, viene fatto notare come «gli impianti per Tlc sono aumentati nel tempo ma l’intensità dei segnali trasmessi è diminuita con il passaggio dai sistemi analogici a quelli digitali». Mentre, per ciò che concerne gli impianti Wi-fi, si sottolinea non solo il fatto che lavorino in bassa frequenza, ma anche che operino in modo intermittente «cosicché, nelle case e nelle scuole in cui sono presenti, danno luogo a livelli di radiofrequenza molto inferiori ai limiti ambientali vigenti».

E IL 5G?

Finora, tutte le incognite relative al 5G si sono concentrate soprattutto ai rischi relativi alla sicurezza personale e dello Stato che la nuova tecnologia può comportare. Ma cosa può essere detto, invece, sul fronte medico? La situazione dovrebbe migliorare, perché, come si legge nel documento, «le prestazioni offerte dalla tecnologia 5G sono possibili anche grazie al beam-forming ovvero alla capacità di indirizzare il fascio di radiazione emesso dalla stazione radio base verso l’utente, come visualizzato nella Figura 9».

Rapporto Istisan

Rapporto Istisan

Insomma, mentre prima le radiazioni venivano emesse “a ventaglio” e dovevano arrivare ovunque, un domani, col 5G, saranno “sparate” solo verso i bersagli, ripulendo quindi “l’etere” da una buona dose di inquinamento elettromagnetico. Cambiando il modus operandi di questi apparecchi, «occorrerà pertanto considerare non solo i valori medi di campo elettromagnetico, ma anche i valori massimi raggiunti per brevi periodi di esposizione. Tale aspetto richiederà un adeguamento della normativa nazionale che, ad oggi, non considera esposizioni di breve durata ma solo esposizioni continuative stabilendo limiti sulla base di valori di campo elettromagnetico mediati su 6 minuti o su 24 ore».

Se da un lato queste risposte rassicurano, dall’altro fanno auspicare che dispositivi d’uso quotidiano ma potenzialmente nocivi continuino a restare sotto la lente degli esperti e, soprattutto, vengano utilizzati dagli utenti cum grano salis. Come tutto, del resto.

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