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Riconoscimento facciale in Italia, cosa dice (e non dice) il Viminale

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Che cosa ha risposto il Viminale all’interrogazione del deputato Pd Filippo Sensi sull’utilizzo del sistema di riconoscimento facciale Sari da parte delle forze di polizia. Fatti e commenti

L’utilizzo della tecnologia di riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia e di sicurezza (e le relative implicazioni in fatto di privacy e tutela dei dati personali) scuote gli animi non solo all’estero, ma anche in Italia.

Tanto che il Pd ha presentato lo scorso 21 gennaio un’interrogazione parlamentare con cui chiede al Viminale alcuni chiarimenti sull’utilizzo di software di riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia. Oggi è arrivata la risposta del Viminale attraverso il sottosegretario Carlo Sibilia (M5S) presente in Commissione Affari Costituzionali. Ecco i dettagli.

L’INTERROGAZIONE DEL PD

Come si legge nell’interrogazione firmata dal deputato Pd, Filippo Sensi, “il sistema di riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia è utilizzato anche in Italia, almeno dal 2018. Il sistema automatico di riconoscimento delle immagini (Sari) sarebbe, ad esempio, in grado di identificare un soggetto ignoto, confrontandone il volto con un database di milioni di profili. Il Sari consente di effettuare ricerche nella banca dati Sistema automatizzato di identificazione delle impronte (Afis): praticamente inserendo in Sari la fotografia di un sospettato, il sistema dovrebbe andare a cercare tutti i fotosegnalati che gli somigliano e che erano stati precedentemente inseriti nel database di Afis”.

IL SOFTWARE  SARI

Facciamo un passo indietro. Il software Sari è balzato alle cronache nazionali già nel settembre 2018, quando la Polizia scientifica di Brescia ha annunciato di aver arrestato i responsabili di un furto grazie a questo programma per il riconoscimento facciale.

Come si legge nel post della Polizia di stato pubblicato su Facebook il 9 settembre 2018, i due ladri “sono stati incastrati dal Sari, il software in uso alla Polizia scientifica”. “Grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza e alla comparazione effettuata con le immagini presenti nel casellario della Polizia scientifica, i due, domiciliati a Verona, sono stati individuati come gli autori di un furto avvenuto il 17 luglio”.

Nel comunicato ufficiale della polizia si afferma inoltre che il “Sari consente di effettuare ricerche nella banca dati Afis attraverso l’inserimento di un’immagine fotografica di un soggetto ignoto che, elaborata da due algoritmi di riconoscimento facciale, fornisce un elenco di immagini ordinato secondo un grado di similarità. Nell’ipotesi di match, per avere valenza dibattimentale, è comunque necessaria una comparazione fisionomica effettuata da personale specializzato della Polizia Scientifica”.

I QUESITI POSTI

Riprendendo il testo dell’interrogazione del Pd, i deputati sollevano “le questioni attinenti alla tutela della riservatezza e al trattamento dei dati sensibili”. Si fa riferimento inoltre anche alla notizia che l’Unione europea starebbe considerando di mettere al bando il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici per un massimo di 5 anni.

Pertanto, il testo conclude con il seguente quesito: “Se le forze di polizia e di sicurezza italiane utilizzino il software in questione o tecnologie o software simili a quelli citati in premessa; in caso affermativo, quanti siano i cittadini i cui dati sono presenti nel sistema e quante le persone – delle forze di polizia e di sicurezza ovvero non appartenenti ad esse – che ad esso possono avere accesso diretto o indiretto”.

LA RISPOSTA DEL VIMINALE

Come già emerso dalla vicenda del 2018, il Viminale ha confermato nella risposta scritta che la Polizia di Stato utilizza e gestisce il Sari Enterprise. E precisa che: “nella banca dati Afis sono presenti, attualmente, 17.592.769 cartellini fotosegnaletici, acquisiti a norma di legge, corrispondenti a 9.882.490 individui diversi, di cui 2.090.064 si riferiscono a cittadini italiani. Viceversa, il Sari, essendo un software e non una banca dati, non contiene alcun dato”.

In merito alla questione dell’acquisizione delle immagini utilizzate per effettuare le ricerche con il Sari il Viminale “precisa che le stesse sono acquisite dagli uffici di polizia operanti nell’ambito di indagini relative ad un procedimento penale o trasmesse dal Servizio di cooperazione internazionale di polizia della direzione centrale della polizia criminale nell’alveo delle attività di specifica competenza”.

In merito all’accesso alle immagini da parte di personale anche non appartenente alle forze di polizia, il ministero dell’Interno conclude sottolineando che “il citato software è utilizzabile esclusivamente da parte di operatori appartenenti alla polizia di stato e all’arma dei carabinieri, previa formazione e abilitazione al suo impiego”.

I DUBBI RIMASTI

In realtà, niente di più di quanto si sapesse già da oltre un anno. Come ha fatto notare Fabio Chiusi, giornalista esperto di tech, su Twitter dal dicastero non è emerso “nulla su quanto, come e con quali risultati viene usato il sistema” di riconoscimento facciale in Italia.

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