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Perché Zuckerberg di Facebook non ha fatto un plissé dopo la multa per Cambridge Analytica

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Facebook

Come analisti ed esperti hanno commentato la multa inflitta a Facebook per il caso Cambridge Analytica

La multa inflitta dagli Usa al colosso Facebook non spaventa. Anzi. E’ quello che sostengono analisti ed esperti che hanno commentato la sanzione subita dal gruppo fondato da Mark Zuckerberg.

PERCHÉ IL COLOSSO DI ZUCKERBERG MIGLIORA DOPO LA MULTA

“Se si vuole una misura dei problemi dei giganti tecnologici, allora riflettete su questo: la US Federal Trade Commission sta per imporre una multa di 5 miliardi di dollari a Facebook per aver violato la privacy e il prezzo delle azioni della società è salito”, è il commento dell’opinionista di The Guardian John Naughton che osserva in modo quasi sarcastico l’inutilità della sanzione: “Rappresenta solo un mese di ricavi e la Borsa lo sapeva. La capitalizzazione di Facebook è aumentata di 6 miliardi di dollari con le notizie. Questa era una multa che in realtà aumentava la ricchezza personale di Mark Zuckerberg”. Tanto da far dire a Naughton, che è professore di conoscenze tecnologiche presso la Open University, che per i regolatori, “questo dovrebbe essere un campanello d’allarme. Controllare le aziende tecnologiche non può essere fatto solo con multe. I regolatori devono colpirli dove fa veramente male”. Dove? Nei dati, sottolinea l’opinionista del Guardian: “Google e Facebook dovrebbero essere obbligati a mettere i dati a disposizione di altre organizzazioni (anche nel settore pubblico) in condizioni controllate”. Inoltre le “autorità della concorrenza dovrebbero essere molto più scettiche sulle strategie di acquisizione dei giganti digitali” e “mettere al vaglio i mercati opachi e ad alta velocità di scambio dati di proprietà e gestiti da Google e Facebook” .

FACEBOOK SALE IN BORSA DOPO LO SCANDALO

“Facebook, nonostante lo scandalo, continua a crescere in una corsa senza sosta e aveva già sostanzialmente anticipato una sanzione di simile importo. Nel 2018 ha riportato 55 miliardi di ricavi, con un margine operativo superiore al 40%, una percentuale effettiva di tasse del 14% e domina il mercato dell’advertising digitale, assieme a Google – ha scritto il Sole 24 Ore -. Ad aprile ha riportato conti trimestrali record con 15,06 miliardi di ricavi (+26%), 40 miliardi di riserve e aveva annunciato un accantonamento di 3 miliardi in vista della multa fino a 5 miliardi, arrivata come previsto. Venerdì dopo la notizia dell’accordo con la Ftc le azioni Facebook a Wall Street hanno chiuso con un rialzo del 1,8%, a 204,87 dollari, sui livelli più alti degli ultimi anni (+56% da gennaio): gli investitori mostrano di apprezzare la rimozione di una situazione di incertezza, anche se si tratta della sanzione più elevata mai decisa contro un gigante della Silicon Valley, oltre duecento volte maggiore all’ultima multa di 22,5 milioni a Google del 2012 per violazione della privacy. Da allora il mondo è cambiato”.

IL REGALO DI NATALE A FACEBOOK

“Avete fatto un regalo di Natale a Facebook cinque mesi prima”, ha twittato il democratico David Cicilline, presidente della Commissione Antitrust della Camera, alla Federal Trade Commission dopo la decisione, ampiamente preannunciata, della multa da circa 5 miliardi di dollari a Facebook per lo scandalo Cambridge Analytica ha riferito il Sole 24 Ore. Su Agi un altro commento di Matt Stoller, esperto di monopoli dell’Open Markets Institute: “Questa non è una sanzione, è un favore per Facebook, una multa per divieto di sosta che si trasformerà in un via libera a una sorveglianza ancora più illegale e invasiva”.

NEGLI USA SI LAVORA A NUOVE REGOLE

Da tempo negli Usa si sta lavorando per cercare di creare nuove regole sulla privacy per le grandi aziende tecnologiche. Zuckerberg guarda con occhio benevolo la normativa europea sulla Gdpr. La candidata per una nomination democratica e senatrice statunitense Elizabeth Warren ha proposto una divisione della società, “posizione sostenuta anche dal co-fondatore di Facebook Chris Hughes”, scrive ancora il quotidiano di Confindustria. “Il dibattito si è però spostato”, ha dichiarato Tommaso Valletti, professore presso l’Imperial College Business School e capo economista per la divisione Antitrust della Commissione europea al New York Times. “La domanda giusta non è se intervenire, ma che tipo di intervento abbiamo bisogno”. Infatti, il presidente Trump ha gettato il fuoco “su Facebook e altri colossi tecnologici affermando che le piattaforme sono disoneste’ e che ‘qualcosa sarebbe stato fatto. Questo slancio sarà esposto questa settimana a Capitol Hill. Martedì, la sottocommissione giudiziaria della Camera sui piani antitrust terrà un’audizione con dirigenti di Facebook, Apple, Amazon e Google sul potere delle imprese. Lo stesso giorno, il Senate Banking Committee ha in programma di ascoltare David Marcus, un dirigente di Facebook, sul nuovo progetto di criptovaluta della compagnia, che i legislatori hanno criticato e messo in discussione”, prosegue il Nyt.

PRONTA UNA TASK FORCE SULLE BIG TECH

La senatrice Marsha Blackburn ha invece annunciato “una task force sulle Big Tech condotta dalla commissione Giustizia del Senato che si occuperà di questioni relative alla privacy, sicurezza dei dati, preoccupazioni antitrust, concorrenza e censura”, si legge su Fox News il cui opinionista Jim Hanson scrive: “Ora dobbiamo trovare un modo per frenare i giganti dei social media che non offendono il nostro sistema capitalistico di libero mercato. Ciò non significa che non possiamo usare l’intervento del governo, ma significa che rivolgersi al governo dovrebbe essere l’ultima risorsa. Ciò che viene chiesto ora sono le indagini del Congresso e le agenzie federali necessarie” per verificare se le “società tecnologiche violano leggi e regolamenti esistenti o semplicemente non sono conformi a quello che il rappresentante Dan Crenshaw ha definito ‘lo spirito del Primo Emendamento’”. “Queste aziende private – ha proseguito Hanson su Fox News – non sono vincolate dal Primo Emendamento della nostra Costituzione, che proibisce le restrizioni del governo sulla libertà di parola. Ma Crenshaw ha parlato dell’idea che tutti gli americani dovrebbero rispettare lo spirito della libertà di parola per garantire che non si censurino le persone senza una buona ragione. In questo momento, le società di social media si stanno rapidamente muovendo nella direzione di limitare molti tipi di discorso che semplicemente offendono alcune persone. Questo è esattamente l’opposto di ciò che fa il Primo Emendamento quando protegge il discorso offensivo. Il discorso inoffensivo ha bisogno di protezione”.

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