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Chip Cervello

Non solo Musk, anche la Cina lavora al suo chip cerebrale

La sfida è aperta. Dopo la notizia del primo chip impiantato nel cervello umano da Neuralink di Elon Musk, la Cina ha annunciato che non resterà a guardare e, anzi, è già al lavoro su una tecnologia simile. Ma gli esperti invitano alla cautela. Fatti e commenti

 

Neuralink di Elon Musk avrà anche impiantato il suo primo chip nel cervello di un essere umano, ma non è l’unico. E soprattutto, nella competizione, ora si lancia anche la Cina, che ha impostato un calendario per lo sviluppo di una propria “interfaccia cervello-computer”, con prodotti che arriveranno già nel 2025.

PECHINO SCENDE IN CAMPO CON I CHIP CEREBRALI

Alla notizia di Musk, il ministero cinese dell’Industria e della tecnologia dell’informazione ha dichiarato di essere al lavoro su una tecnologia simile a quella di Neuralink.

Secondo un comunicato riportato da Gizmodo, la Cina annovera un'”interfaccia cervello-computer” tra i suoi “prodotti iconici innovativi”. Nei prossimi anni, inoltre, il Paese mira a “fare progressi nelle tecnologie chiave e nei dispositivi principali, come la fusione cervello-computer, i chip simili al cervello e i modelli neurali di brain-computing”, a cui sarà inevitabilmente affiancata l’intelligenza artificiale generativa (IAg).

L’idea è quella di sviluppare diversi prodotti con interfaccia cerebrale di facile utilizzo da poter sfruttare, ad esempio, per la guida senza conducente, la realtà virtuale e la riabilitazione medica.

IL LABORATORIO CHE LAVORA ALLE INTERFACCE CERVELLO-COMPUTER

A testimoniare che la Cina è già al lavoro per competere con Neuralink è un articolo dell’aprile 2023 del South China Morning Post, in cui si parla di un laboratorio di 60 persone, aperto dal governo di Pechino a Tianjin e interamente dedicato alle interfacce cervello-macchina.

L’obiettivo è quello di trasformare la ricerca in applicazioni pratiche, come il dispositivo informatico, già sviluppato, che si collega al cervello attraverso l’orecchio interno. A differenza del chip di Neuralink, non richiede l’impianto di un chip ma è ugualmente capace di fornire uno “streaming di dati a banda larga” al cervello, scrive The Independent. E su Nature Communications, dove viene descritta la ricerca, si legge che tale tecnologia potrebbe consentire applicazioni quali la traduzione dei pensieri in testo, il controllo di oggetti digitali con il solo pensiero o addirittura l’aumento della memoria umana.

COSA NE PENSANO GLI ESPERTI

Gli esperti, però, non sono tutti d’accordo sull’entusiasmo per questi dispositivi sia perché non si conoscono ancora i rischi per l’essere umano sia perché anche se fossero effettivamente sicuri ed efficaci ci vorrebbero ancora molti anni per vederne i risultati positivi.

“L’annuncio dell’impianto cerebrale su di un essere umano è interessante, ma l’entusiasmo che ha suscitato è per ora poco motivato”, ha detto Paolo Maria Rossini, direttore del dipartimento di Neuroscienze e neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma, il quale ha aggiunto che “pensare già oggi di utilizzare questo tipo di approccio in casistiche estese e in patologie di grandi numeri come i pazienti colpiti da stroke, da Parkinson e addirittura da malattie psichiatriche è non solo molto prematuro, ma fuorviante perché induce speranze del tutto immotivate in malati e famiglie già troppo provati dalle loro condizioni”.

Per Simone Rossi, docente di Neurofisiologia all’Università degli studi di Siena, dove dirige anche il Brain Investigation & Neuromodulation Lab, “Musk sta già parlando di applicazioni neurali per curare anche le malattie neurodegenerative, le malattie psichiatriche o per difendersi dall’Intelligenza Artificiale, ma si tratta di buoni propositi al momento molto lontani dalla realtà”.

UNA REALTÀ DISTOPICA

Una simile rivoluzione, tuttavia, impone una riflessione e un dialogo a vari livelli. Infatti, dietro alle buone intenzioni (tra l’altro, non ancora verificate dalla comunità scientifica), come aiutare le persone con disabilità a recuperare alcune capacità vitali grazie a un chip, non si possono ignorare problemi etici relativi alla privacy e ai diritti umani.

“Con gli algoritmi dei social media e il tracciamento di Internet, come i cookie, la tecnologia ha lentamente acquisito una comprensione di tutto ciò che vi motiva, vi eccita e vi fa arrabbiare. Con le interfacce cervello-computer, la barriera biologica tra l’utente e la Big Tech verrebbe definitivamente cancellata. La tecnologia avrebbe accesso illimitato ai vostri pensieri e potrebbe potenzialmente imparare tutto ciò che vi riguarda”, scrive Gizmodo, ricordando che il nostro cervello “è il centro dati che le aziende tecnologiche hanno cercato negli ultimi vent’anni”.

Ecco perché, già nel 2019, un rapporto della Royal Society affermava che “le interfacce neurali e cervello-computer possono mettere in discussione l’essenza stessa dell’essere umano” e, dunque, “per capire come e se utilizzarli è necessario un dibattito aperto e inclusivo che coinvolga molte voci e tutti i settori della società”. E invece, chiosa Gizmodo, “è bello sapere che alcuni dei nomi più affidabili della tecnologia, Elon Musk e la Cina, sono i pionieri dell’ultima terrificante ondata di tecnologia”.

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