Innovazione

Ma davvero la “Navy” spia la Us Air Force?

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La US Air Force scopre di avere i propri sistemi sotto attacco hacker. La vera straordinaria è la constatazione che l’aggressione digitale è opera dei “cugini” della Navy.

La notizia – che potrebbe profilarsi come una boutade – è drammaticamente vera e ha sullo sfondo un procedimento giudiziario a carico di un caporale del Corpo speciale dei SEAL. La bizzarra vicenda comincia con la decisione del procuratore capo della Marina Militare statunitense di “curiosare” sui computer dei difensori dell’incursore, avvocati con le stellette appartenenti al servizio legale dell’Aeronautica USA.

Il giochino ha preso avvio con l’inoltro di una mail da parte del magistrato militare, Commander Christopher Czaplak, il cui “gruppo firma” era sormontato da una imponente aquila (simbolo ricorrente nell’iconografia delle Forze armate d’oltreoceano). Quell’immagine era l’innesco di un “tracking software”, capace di pedinare i movimenti della successiva corrispondenza e di agevolare la mappatura di relazioni e contatti delle persone prese di mira.

Il caso del Navy SEAL Chief Edward “Eddie” Gallagher (sotto accusa per aver ucciso un miliziano dell’ISIS già gravemente ferito) e dei suoi avvocati spiati è emblematico. E l’arma azzurra americana non intende soprassedere: l’attacco c’è stato e al momento non è dato sapere quali informazioni siano state carpite e quali attività siano state fraudolentemente poste in essere. Poco importa se l’operazione è riconducibile ad una organizzazione alleata o addirittura consorella. Anzi, proprio questa circostanza è una aggravante inaudita che va ad incidere profondamente nei rapporti tra USAF e Navy.

La diffusione di questo genere di cavalli di Troia è impressionante e continuano ad essere sconosciute le reali conseguenze e le controindicazioni, quasi a nessuno interessasse l’evitare quanto meno situazioni oggettivamente imbarazzanti.

Questo episodio scalfirà l’imperturbabile indifferenza in proposito?

La lezione di Exodus (lo spyware tricolore di eSurv), quella di RCS (il Remote Control System dell’italiana Hacking Team) o ancora quell’altra di Pegasus (il programma spia dell’impietosa azienda israeliana NSO) non hanno proprio insegnato nulla.

L’uso di software maligno in contesti giudiziari continua a spopolare. E, naturalmente, non si interrompe nemmeno il flusso degli scandali corrispondenti.

Il problema di fondo (non mi stancherò mai di ripeterlo) è la definizione di regole – certe sotto il profilo del diritto e inconfutabili sotto l’aspetto tecnico – che siano in grado di disciplinare il ricorso a questi controversi strumenti informatici a supporto delle attività di indagine.

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