Innovazione

Lo sapete che la leadership mondiale di certi “software spia” è italiana? L’articolo di Rapetto

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Il commento di Umberto Rapetto su software-spia sulla scia del caso Bezos-MBS…

Accantonate le soavi pagine di Antoine de Saint Exupery, si deve amaramente constatare che “il piccolo Principe” dei nostri giorni potrebbe non essere personaggio da favola.

La storia del saudita Mohammed bin-Salman, già al centro dell’attenzione planetaria dopo la barbara esecuzione del giornalista Kashoggi, si arricchisce di un nuovo capitolo meritevole dei titoli dei quotidiani. L’hackeraggio dello smartphone di Jeff Bezos, nonostante le scarse simpatie che la vittima accende a giro d’orizzonte, suscita sorpresa, indignazione, paura. L’intrusione nel dispositivo elettronico del plurimiliardario padrone di Amazon è terribile segnale della permeabilità della vita di ognuno di noi, a dispetto di privacy e dignità di ciascuno e di tutti.

La vicenda ci porta indietro al maggio del 2018, quando “MBS” (questo l’acronimo che fa da nickname al temibile sovrano arabo) viene accolto a braccia aperte sul suolo americano in occasione del suo tour che lo ha visto tra l’altro far tappa a Los Angeles, alla Casa Bianca, al MIT e ad Harvard.

Il tizio – in vetta alla “top ten” delle turpitudini in violazione dei diritti umani – incontra il Gotha d’oltreoceano e alla cena in suo onore il 21 marzo 2018 a Hollywood pare abbia avuto modo di discorrere con Jeff Bezos, magari a proposito di progetti di sviluppo nella regione araba. Tra una forchettata e l’altra è facile immaginare siano state gettate le basi per futuri accordi commerciali e industriali che un anno dopo si sono materializzati con l’aggancio di Abdul Latif Jameel, influente protagonista dell’innovazione nell’area saudita, e la pianificazione di nuovi data center di Amazon da quelle parti.

I due si ritrovano desinare insieme il successivo 4 aprile in una tavolata in cui tra gli altri c’erano la vecchia star della pallacanestro Kobe Briant e il ceo di Disney Bob Iger. L’incontro conviviale avrebbe avuto un seguito inaspettato anche se proprio in quella occasione che Bin-Salman e Bezos si sarebbero scambiati i numeri di telefono.

Il “piccolo principe”, infatti, avrebbe contattato Jeff Bezos il primo maggio 2018, mandandogli un messaggino su WhatsApp non per invitarlo al “Concertone” a piazza San Giovanni a Roma ma per “avvelenare” lo smartphone destinatario della comunicazione.

Al tintinnio che annunciava l’arrivo del messaggio, ha fatto eco l’impercettibile rintocco di una campana a morto: oltre alle poche parole è stato recapitato un “malware”, le cui istruzioni nocive avrebbero scardinato le protezioni del sofisticato cellulare. Lo smartphone da quel momento è finito sotto il controllo remoto di pirati informatici al servizio del principe.

C’è chi non si sorprende della scelta del target e spiega la relazione che lega Bezos – proprietario del Washington Post – a Jamal Kashoggi che lavorava nella medesima testata, vedendo quindi nell’intrusione telematica una forma di intimidazione. Qualcun altro – sempre a proposito del telefonino hackerato – si cimenta in ricostruzioni che portano alla indebita diffusione di messaggi e immagini “frizzanti” della vita erotico-sentimentale del proprietario di Amazon, ricordando la passionale relazione dell’imprenditore con Lauren Sanchez e lo scoop del National Enquirer

Mentre c’è chi indaga sulla vicenda e tutti sono pronti a sfornare aggiornamenti in merito, varrebbe la pena dedicare qualche minuto per riflettere in maniera più distaccata dallo specifico episodio. Sarebbe il caso di pensare che questo genere di aggressione è all’ordine del giorno anche quando non fa notizia o anche – e soprattutto – quando nessuno se ne accorge.

Quanti altri personaggi in vista sono bersaglio di attacchi di questo tipo? Quanti politici e manager continuano ad adoperare lo smartphone con insostenibile leggerezza? Quanti si sono fatti “svuotare” il telefonino di ogni segreto e magari vivono con un inseparabile “angelo custode” digitale che segue ogni passo, ascolta qualsivoglia conversazione, copia e riferisce quel che viene scritto e ricevuto?

La tragedia è che – in chiave negativa, è fin troppo ovvio – la leadership sul mercato internazionale sulla creazione e commercializzazione di certi “software spia” è italiana.

Non sono bastati gli scandali di Hacking Team o di Exodus a svegliare le coscienze e tanto meno ad avviare iniziative legislative per frenare la produzione di strumenti tecnologici la cui pericolosità e dannosità è spaventosa.

Anzi, proprio le articolazioni della Giustizia, dell’intelligence e delle forze dell’ordine si sono avvalse di simili opportunità per ottenere qualche risultato nell’assoluta indifferenza dei “danni collaterali”.

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