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L’Italia digitale non decolla: solo 2 comuni online per l’anagrafe unica

Anagrafe

Dall’anagrafe digitale allo Spid, l’Italia digitale continua a collezionare fallimenti. Deve accelerare

 

Siamo un Paese troppo burocratico. E troppo attaccato alla carta, nel vero senso della parola. Il digitale in Italia stenta a decollare: forse si lavora poco in questa direzione, forse si lavora male.
Quel che è certo è che in un’Europa a due velocità, facendo esplicito riferimento allo sviluppo del digitale, l’Italia è tra i Paesi più lenti. Meglio, tra gli ultimi di quei Paesi più lenti.

La classifica Desi ci piazza al 25esimo posto su 28 e di ragione ne ha da vendere. Mentre qualcosa, piano piano, si muove sul fronte della banda larga, Anagrafe digitale Unica e Spid arrancano. Approfondiamo insieme.

Anagrafe Unica: solo 2 i comuni online

digitaleL’anagrafe unica doveva aggregare tutti i dati dei Comuni, per permettere il rilascio di servizi più efficienti ai cittadini e rivoluzionare il modo di lavorare della PA italiana. Doveva, appunto. Secondo il Piano Crescita Digitale, infatti, a fine 2016 tutti le amministrazioni del Bel Paese sarebbero dovute essere online, ma a marzo 2017 online ci sono solo 2 comuni, quello di Bagnacavallo e quello di Lavagna, almeno stando alle parole del deputato Pd Paolo Coppola. “Quello che emerge è uno scenario preoccupante. Solo Bagnocavallo e Lavagna hanno adottato Anpr, e lo hanno fatto implementando i software esistenti e integrandoli con i web services. Nessuno usa la web app di Sogei”, ha affermato Coppola.

Cosa non è andato?

Difficile trovare le motivazioni, che sono davvero tante. Sicuramente è mancata “un’analisi di progettazione sufficiente”, è mancata una “ mappatura delle funzioni usate dagli attuali software”. E ancora: è mancata anche una bonifica preliminare dei dati (ovvero la correzione degli indirizzi di residenza, la cancellazione dei dati duplicati). È mancato tempo e sono mancati i soldi. I Comuni hanno poche risorse economiche e sfruttano le proprie risorse interne (inteso come personale) per fare il lavoro di pulitura.

C’è da dire, anche, che i sistemi anagrafici sono diversi da comune a comune e che i costi della rivoluzione digitale sono a carico delle amministrazioni.

Arriva (finalmente) un’accelerazione?

Diego Piacentini
Diego Piacentini

Qualcosa però potrebbe presto cambiare. Sempre secondo quanto dichiarato in audizione da deputato Coppola, infatti, sembrerebbe che il Team di Piacentini e Sogei stiano accelerando sul progetto. Ma la volontà di spingere sull’acceleratore, almeno apparentemente, ce l’hanno anche le amministrazioni.

Un processo difficile

Se è vero che qualcosa è mancato, è anche vero che il processo di digitalizzazione verso un’anagrafe unico non è certo semplice. Il passaggio richiede un cambio di mansioni dei dipendenti comunali e, soprattutto, un radicale cambio di mentalità.

Per facilitare il passaggio, forse, una soluzione ci sarebbe: collegare i gestionali esistenti, tramite web services, all’Anagrafe unica senza l’obbligo di adottare l’applicativo Sogei.

Il fallimento dello Spid

Non ci sono buone notizie nemmeno sul fronte Spid, il sistema di autenticazione che permette a cittadini ed imprese di accedere ai servizi online della pubblica amministrazione e dei privati aderenti all’iniziativa attraverso un’unica identità digitale,costituita da credenziali (nome utente e password).

Lanciato a marzo 2016, a metà novembre 2016, le identità Spid fornite erano solo 161 mila. Numero poi lievitato in pochi mesi a un milione e 103 italiani, grazie all’obbligo per docenti e neo diciottenni, di dotarsi di SPID per poter usufruire dei bonus cultura. Insomma solo gli incentivi concreti spingono la digitalizzazione, che altrimenti rimarrebbe al palo.

I problemi dello Spid

Poca promozione

SpidMa cosa frena la diffusione dello Spid? Problemi tecnici a parte, a non far volare Spid è anche la poca spinta promozionale che sta dietro l’iniziativa: non c’è stata dopo il lancio nessuna campagna promozionale che potesse incentivare e incuriosire gli utenti, che spiegasse i vantaggi e accompagnasse la crescita digitale in Italia.

Lentezza infinita degli Identity Provider

A non far volare Spid è anche il fatto che gli Identity Provider hanno previsto diverse modalità di identificazione, tra cui anche il doversi recare in un ufficio specifico (cosa che di digitale ha poco e nulla), con procedure poco semplici e lunghe. A denunciare l’odissea per ottenere l’identità digitale è Nicola Casagli, docente all’Università di Firenze.

Il suo personale viaggio nella burocrazia digitale inizia il 3 maggio 2016, pochi mesi dopo il lancio ufficiale dello Spid. Il professor Casagli si affida ad un identity provider che offre servizio di riconoscimento gratuito a chi possiede  la carta nazionale dei servizi (CNS) attivata con PIN (cioè il tesserino sanitario della Regione).

“Mi devo registrare sul servizio cloud con nuove credenziali, riempire moduli che chiedono sempre le stesse cose, acquistare (a costo zero per i primi 2 anni) una XXX-ID, scaricare un modulo PDF da firmare con firma digitale, chiamare il numero verde perché non ho firma digitale (né la voglio avere) ma ho solo la CNS con PIN, farmi spiegare che occorre scaricare un programma che si chiama Dike per usare la CNS come firma digitale, inserire la mia CNS in un lettore CNS per scoprire che non funziona, capire che Dike non fa proprio quello che dovrebbe fare” – scrive Casagli su AgendaDigitale.

Il professore dunque deve “scaricare altri due programmi che si chiamano CNS Manager e PIN Tool per scoprire che non servono a niente e funzionano male, chiamare un numero verde per farmi spiegare che devo chiamare il numero verde della CNS perché il problema è loro, chiamare il numero verde della CNS per farmi spiegare che devo chiamare il numero verde del provider perché il problema è loro, scoprire che la CNS è stata bloccata da Dike e che il PIN non funziona più nemmeno per accedere ai servizi sanitari della Regione, chiamare il numero verde della CNS per farmi spiegare che devo ottenere un codice PUK sul sito web della CNS per sbloccare il PIN, andare sul sito web della CNS per scaricare un certificato digitale che richiede un nuovo PIN, chiamare il numero verde della CNS per farmi spiegare che per riattivare la CNS devo andare fisicamente presso una farmacia o una ASL, andare in farmacia e ottenere un PIN tutto nuovo, verificare che anche con il nuovo PIN la CNS rimane bloccata, chiamare il numero verde della CNS per farmi spiegare che devo andare alla ASL perché solo lì possono sbloccare le CNS mentre i farmacisti possono rilasciare solo i nuovi PIN, andare alla ASL vicino a casa mia dopo aver verificato su Google l’orario di apertura e scoprire che invece è chiusa, andare a quella di Firenze sempre dopo aver verificato su web giorni e orari di apertura per scoprire che solo in alcuni giorni si possono sbloccare le CNS e oggi è uno di quelli no”.

La beffa è che ora il professore universitario, appassionato di informatica, non ha lo SPID e nemmeno il PIN e la sua CNS è bloccata. E ancora.

spidLe avventure del professore con lo SPID non finiscono qui. Anche la moglie vuole la sua identità digitale per usufruire del “bonus professori”. Risultato? Dopo aver inserito i dati, a novembre 2016, e fatto richiesta di un appuntamento per il riconoscimento di identità, tramite Skype call, arriva lo Spid a febbraio 2017, dopo ben 4 mesi. E di quel “Il futuro va veloce”, slogan che ha accompagnato il lancio dell’identità digitale, resta davvero ben poco.
Anche noi di Start Magazine abbiamo provato a fare richiesta di Spid (come singole persone, ovvio), fermandoci però ancora prima di iniziare, quando abbiamo compreso che per essere identificati e usufruire di un servizio che doveva essere gratuito dobbiamo pagare o recarci ad uno sportello degli Identity Provider.

Spid: l’indentità digitale potrà essere richiesta in tabaccheria?

Il nodo sullo Spid potrebbe esser presto risolto. Grazie al progetto Banca 5, che fa capo al Gruppo Intesa San Paolo, sarà possibile usufruire di nuovi servizi bancari e digitali nelle 23 mila tabaccherie convenzionate.

Secondo i piani, anche Spid, in futuro, sarà erogato in tabaccheria, anche se resta da capire con quali modalità (la Banca diventerà Identity Provider, in concorrenza con TIM, Poste, Sielte, Infocert e Aruba?) e se, prima, ci sarà bisogno di una adeguata formazione dei tabaccai.

Italia Bocciata dal Desi

professionista digitaleItalia bocciata, ancora una volta. Il Bel Paese non supera la prova digitale: ci sono stati pochi progressi e nella classifica del Digital Economy and Society Index 2017 (Desi), la graduatoria annuale che fotografa la digitalizzazione nei 28 Stati dell’Unione europea, l’Italia si piazza nuovamente al 25esimo posto, come lo scorso anno. Qualche progesso, a dirla tutta, c’è stato, ma non è abbastanza. Solo Grecia, Bulgaria e Romania fanno peggio. Ricordiamo che per stilare la classifica, il Desi valuta cinque criteri: connettività, capitale umano, uso di internet, digitalizzazione delle imprese e servizi pubblici digitali.

Connettività

In tema di connettvità, come abbiamo scritto, l’Italia è migliorata. Anzi “ha compiuto progressi significativi grazie soprattutto al forte aumento della copertura delle reti Nga”, ovvero quelle in fibra ottica con una velocità di almeno 30 Mbps.

La copertura in fibra è aumentata (55% rispetto al 53% del 2015) ma non gli abbonamenti ai servizi da 30 Mbps o superiori. Valevano il 5% nel 2015, nel 2016 siamo arrivati al 12% (contro una media Europea del 37%). I numeri, per il settore, si fanno posizionare 24esimi su 28.

Capitale Umano

Se è vero che sempre più persone sono online, è anche vero che le competenze restano basse in tutti gli indicatori. Il 67% degli italiani accede a internet (contro una media europea del 79%), ma ancora pochi sono gli specialisti Ict.

Uso di internet

Il 79% si diletta con videogiochi, musica e video. Il 60% legge notizie (ma come sappiamo spesso non le capisce). Il 60% si gode i social network.

Servizi digitali e Pubblica Amministrazione

C’è da dire che qualcosa il Governo ha fatto: l’erogazione dei servizi, infatti, è aumentata ma a a scendere è la percentuale di utenti (16% contro il vecchio 18%). Facciamo peggio del 2016 anche in tema di documentazione pre-compilata online (33% contro 37%).

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