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Le licenze Microsoft e Oracle stanno distorcendo il mercato del cloud. Report Cispe

Licenze Cloud

Le criticità del mercato del cloud, legate al dominio di poche grandi aziende di software, stanno mettendo a rischio il fondamentale passaggio delle imprese al cloud. L’articolo di Luigi Pereira

 

Il ruolo delle licenze software – quello che usiamo tutti i giorni per lavoro, come Office o i database Oracle – nel controllo dell’accesso all’infrastruttura cloud è sempre più cruciale per consentire il fondamentale passaggio delle aziende, soprattutto delle piccole e medie, al cloud. Questa, infatti, è una transizione non più rinviabile nell’ottica dell’innovazione.

È un punto che emerge chiaramente da uno studio sugli aspetti potenzialmente anticoncorrenziali delle licenza software realizzato dal professor Frédéric Jenny (presidente del comitato per la concorrenza dell’OCSE e professore alla ESSEC Paris Business School) per Cispe, l’associazione europea associazione di categoria dei cloud service provider, di cui sono parte anche aziende italiane quali ad esempio Aruba, Netalia e Seeweb, che già qualche mese fa aveva avviato una campagna sul tema con la pubblicazione dei “10 principi del fair software licensing”.

I risultati della ricerca, già inviati dal Cispe a Parlamento UE, Consiglio e la Commissione europea – nel pieno dell’importante fase del voto sul Digital markets act (Dma) – hanno messo in risalto “pratiche di licenza di lunga durata, perniciose e sleali, con effetti negativi sull’impegno delle imprese europee di passare al cloud”. Non solo queste licenze costano milioni di euro alle organizzazioni di tutte le dimensioni e di tutti i settori, ma frenano l’innovazione e limitano la crescita, sia delle PMI che delle aziende più grandi. Il denaro che potrebbe essere speso per lo sviluppo di servizi europei per i consumatori europei viene sviato con mezzi sleali, nelle tasche di alcune delle più ricche e grandi aziende di software americane.

CHE PROBLEMA HA IL CLOUD CON LE LICENZE SOFTWARE?

Lo studio Cispe evidenzia le principali problematiche utilizzate dai giganti del software per – di fatto – costringere le aziende a rimanere all’interno dell’ecosistema dell’infrastruttura cloud dei fornitori di software. “È chiaro che molti grandi produttori di software cercano di sfruttare i loro accordi di licenza per limitare la concorrenza e le scelte”, ha dichiarato Hans-Joachim Popp di Voice, l’Associazione CIO tedesca.

Per chiarire il concetto: Microsoft vende software (ad esempio Windows e Office) e spingerebbe – secondo molti cloud service providers – per l’utilizzo del proprio cloud, Azure. L’accorpamento e il collegamento di prodotti software con l’infrastruttura cloud rendere infatti le offerte di altri fornitori di servizi cloud meno attraenti in quanto inevitabilmente più costose. “Le pratiche di licenza vengono abusate da parti con un monopolio di fatto e soffocano i fornitori di cloud indipendenti. In definitiva, se non si interviene, ciò porterà alla scomparsa dell’industria europea del cloud”, le dure parole di Simon Besteman, amministratore delegato della Dutch Cloud Community.

MINORE CONCORRENZA E PREZZI PIÙ ALTI

In definitiva, uno scenario che comporta e comporterà una minore scelta e prezzi più elevati per i servizi cloud per i consumatori europei. “Nel corso di diversi mesi ho parlato con utenti di software aziendali di tutte le dimensioni e di tutti i settori. Alcuni utenti temevano possibili ritorsioni qualora avessero rivelato le presunte pratiche sleali. Anche alcuni grandi utenti di servizi cloud hanno riconosciuto di non poter fare a meno delle suite di produttività di base che queste società di software controllano”, ha spiegato il professor Jenny.

“Questo è un problema importante che richiede una legge e l’adozione volontaria dei nostri Principi per garantire la conformità e condizioni migliori per le imprese e i consumatori europei. Lo Studio dimostra chiaramente la necessità che i Principi e il Dma li includano nelle disposizioni”, ha aggiunto Alban Schmutz, presidente del Cispe.

PERCHÉ SERVE IL DIGITAL MARKETS ACT

L’indagine del professor Jenny dimostra come le pratiche sleali di licenza del software provochino danni permanenti e continui alle imprese di tutta Europa. Lo studio ha incluso aziende di tutte le dimensioni che cercano di digitalizzare le proprie operazioni al fine di migliorare il servizio, i costi e la scelta per i propri clienti, mettendo in risalto le pratiche sleali utilizzate per privare questi clienti della possibilità di scegliere e, di conseguenza, i loro consumatori di prodotti innovativi ed efficaci.

Dimostrare l’illegalità di queste pratiche sleali, attualmente richiede indagini lunghe e costose, ai sensi delle leggi vigenti in materia di concorrenza. I tempi e le risorse necessarie faranno sì che molti falliranno, prima che venga trovata una soluzione e questo senza tenere conto delle possibili azioni ritorsione temute da molti, se muovono delle critiche.

Secondo l’industria dei cloud service providers – cui si è recentemente aggiunta quella di Assintel, l’associazione italiana dell’ICT facente capo a Confcommercio – è quindi essenziale che queste pratiche e comportamenti siano presi in considerazioni e aggiunti nel Dma ai requisiti ex ante dei gatekeeper e che le aziende che dominano il mondo dei software di produttività aziendale e software di database nei data center delle aziende in tutta Europa siano individuate nella normativa finale come gatekeeper a tutti gli effetti.

Il Dma è, ancora una volta, un’opportunità storica per l’Europa di stabilire un benchmark per una legislazione equa sul mercato digitale globale. Il regolamento generale sulla protezione dei dati è diventato subito lo standard de facto per la privacy dei dati a livello globale e non c’è motivo di pensare che il Dma non possa diventare lo stesso per quanto riguarda la regolamentazione della concorrenza leale. Una tale autorità porta con sé anche grandi responsabilità. È fondamentale che i legislatori europei si assicurino che le pratiche che stanno già danneggiando le imprese, limitandone la scelta e negando ai consumatori il miglior mix di prodotti e servizi, siano adeguatamente coperte dagli articoli della Dma, in cui però al momento mancano degli elementi importanti, senza cui le aziende cloud europee e i loro clienti non potranno fare affidamento sul Dma per fermare le pratiche abusive dei big del software. Un gap che Parlamento e Consiglio dovranno colmare al più presto per continuare a garantire l’innovazione in Europa.

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