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legge che muove mondo

La legge che muove il mondo è la digitalizzazione

"La legge che muove il mondo" (Liberilibri) di Gordon E. Moore letto da Francesco Provinciali

 

Preceduto da una minuziosa e argomentata presentazione di Alessandro Aresu (già consulente scientifico del Governo Draghi), l’agile volumetto “La legge che muove il mondo” di Liberilibri riporta una serie di saggi di Gordon E. Moore (Cramming More Components onto Integrated Circuits (1965) – Progress In Digital Integrated Electronics (1975) – Lithography and the Future of Moore’s Law (1995) – Intel: Memories and the Microprocessor (1996) – Speech at the International Solid-State Circuits Conference (2003)), tradotti per la prima volta in italiano a cura del prefatore.

Riletti tenendo presenti le date di redazione e rivisitati alla luce dell’illuminante introduzione di Aresu, questi scritti-conferenze, esprimono una lungimirante e profetica predizione di ricerca pura ed applicata in materia di elettronica e digitalizzazione nei processi di conoscenza, archiviazione e utilizzo dei dati.

Da un genio della chimica, dell’informatica e dell’imprenditoria come Gordon Moore, fondatore di INTEL e ideatore della cd. “Legge di Moore”, non ci si poteva attendere qualcosa di diverso, una spiegazione semplicistica, una riduzione ai minimi termini della straordinaria evoluzione scientifica che ha caratterizzato la storia dei transistor, dei diodi e dei semiconduttori.

Non si tratta di pedanti nozioni teoretiche ma di un percorso di innovazione che ha cambiato il concetto di elaborazione, conservazione, utilizzazione dei dati e dei processi, raccontato attraverso la descrizione di evidenze pratiche.

Usando le parole di Aresu “La “Legge di Moore” tecnicamente non è una Legge ma, come cerco di spiegare in un saggio di 70 pagine che accompagna questo volume di Liberilibri, la “Legge” diviene nel corso del tempo il metronomo dell’imprenditorialità e dell’innovazione dell’industria più importante del pianeta e al centro delle principali contese politiche. Perciò, la Legge che non è una Legge è anche la Legge che muove il mondo.”

Reduce dalla lettura e recensione del saggio di Carlo Rovelli “Sull’eguaglianza di tutte le cose” che prende per mano il lettore e lo porta al cospetto dell’universo, della fisica che studia i fenomeni quantistici, dell’idea di Einstein sui campi gravitazionali, dei buchi neri e dei buchi bianchi, reduce dunque da una dimensione di conoscenza dilatata oltre le rigidità delle coordinate spazio-temporali, chi si accinge a commentare il libro che spiega la legge di Moore resta inevitabilmente colpito da eguale, speculare stupore: dall’immensità incommensurabile allo straordinariamente piccolo e miniaturizzato che contiene milioni di dati utili alla scienza ma anche al funzionamento di tutto ciò a cui affidiamo gran parte della nostra vita e che ci circonda in un abbraccio tecnologico, a partire dal primo transistor del 1947 – inventato presso il Bell Telephone Laboratory – passando poi a quello planare, che era stato introdotto nel 1959, fino ai semiconduttori e alla stessa I.A. come campo di potenzialità infinite di applicazione, tenendo conto che oggi un circuito completo contenente diversi milioni di transistor costa meno all’utente rispetto a un singolo transistor di trentacinque anni fa.

La corsa alla miniaturizzazione non è meno intrigante e affascinante dell’esplorazione dell’immensità dello spazio, lo ricordava e raccomandava nel 1995 lo stesso Gordon Moore: “Voglio incoraggiare ciascuno di voi a pensare sempre più in piccolo”. L’introduzione di Aresu e i saggi di Moore rafforzano una deriva storicamente consolidata che possiamo riscontrare pensando semplicemente alle dimensioni di oggetti in uso trenta, quarant’anni fa e più e comparandole con quelle degli stessi oggetti, più evoluti funzionalmente e più efficaci, della odierna quotidianità: ho sempre pensato alla miniaturizzazione come ad una sorta di esigenza necessitata, un processo irreversibile, per ragioni di praticità, economia, costi, durata.

La Legge di Moore rappresenta un elemento ormai integrato e consustanziale dell’economia mondiale ed ha affiancato in modo decisivo lo sviluppo dell’industria dei semiconduttori che, oggi, è la base di ogni aspetto della vita digitale: “La digitalizzazione del mondo è la ‘semiconduttorizzazione’ del mondo” ricorda Aresu.

E come afferma lo stesso Moore: “L’industria dei semiconduttori è diventata la più grande industria manifatturiera degli Stati Uniti, misurata in termini di valore aggiunto” e “l’industria elettronica, considerata a livello mondiale, è la più grande industria manifatturiera che esista”. L’ordine di grandezza di questa primazia nell’industria manifatturiera vede gli Usa detentori del 50% del mercato, seguiti da Corea del Sud, Taiwan, Giappone, Europa, Repubblica Popolare Cinese.

Alla base di tutto il processo evolutivo verso strumenti sempre più miniaturizzati e specularmente in grado di svolgere funzioni se mai più complesse c’è il silicio: da qui si può dedurre quanto questo minerale conti negli eventi bellici in atto e nei prossimi, possibili conflitti e con esso la gestione delle cd. “terre rare”.

Gli USA detengono il primato dell’industria manifatturiera, come detto, mentre Cina e Taiwan competono quanto a sofisticata evoluzione tecnologica ma sono carenti di materia prima poiché silicio e terre rare sono altrove. In primis proprio in Ucraina, ghiotto boccone per spartizioni militari e geografiche.

Scriveva ancora Moore trent’anni fa: nel 1986 l’industria dei semiconduttori rappresentava circa lo 0,1% del PIL globale. Tra soli dieci anni, attorno al 2005, se rimarremo sulla stessa traiettoria di crescita, saremo all’1%; ed entro il 2025 circa il 10%.  (Ma a conti fatti nel 2025 siamo arrivati al 15% del PIL e verosimilmente entro la metà del secolo, questo asset tecnologico costituirà quasi l’intero PIL globale).

Rendendo le cose più piccole, tutto migliora riducendo persino i tempi tecnici di fabbricazione ed utilizzo.

Non c’è più bisogno di rinunciare a qualcosa. La velocità dei nostri prodotti aumenta, il consumo energetico diminuisce, l’affidabilità del sistema, man mano che mettiamo una parte maggiore del sistema su un chip, migliora a passi da gigante, ma soprattutto il costo di fare qualcosa elettronicamente diminuisce come risultato della tecnologia. Si pensi alla riduzione degli agenti inquinanti in rapporto all’utilizzo di nuove fonti di energia: auto elettriche o ibride in primis. L’industria automobilista è il primo vettore nell’utilizzo dei semiconduttori (“l’industria delle industrie”). Si pensi alle tecnologie informatiche, ai processi produttivi, alla rete delle comunicazioni, alla gestione dei servizi.

Si è realizzata una diminuzione nell’ordine di dieci milioni di volte del costo di un transistor e si sono inserite gratis tutte le interconnessioni, usando la DRAM come esempio. È difficile trovare un settore in cui il costo del prodotto di base sia diminuito di dieci milioni di volte, anche considerando periodi di tempo molto più lunghi.

Questi risultati si ottengono dunque con una significativa riduzione dei costi e con una implementazione dei benefici combinata ai processi di automatizzazione e di diversificazione delle risorse e delle competenze umane che richiedono profili professionali sempre più sofisticati. L’industria dei semiconduttori è al momento l’asset strategico indispensabile a governare ogni aspetto della vita digitale, ma è anche un elemento di cruciale competizione politica, un tassello imprescindibile nella configurazione in fieri di un nuovo ordine mondiale.

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