Credo da tempo che il fattore fondamentale per comprendere la competizione tecnologica sia il talento: i ricercatori e i tecnici che, al vertice e alla base, fanno andare avanti il sistema tecnologico, spingendo più in là la frontiera dell’innovazione. Questa continua a essere la chiave di lettura più importante per leggere, oggi, la competizione tra Stati Uniti e Cina. Vediamo in che modo, con alcuni esempi concreti.
Anzitutto, dobbiamo comprendere che la guerra per i talenti si combatte, oggi, all’interno dello stesso sistema cinese. Le grandi aziende tecnologiche cinesi si muovono con decisione in quest’ambito, in una competizione con gli altri attori della Repubblica Popolare e con le aziende statunitensi. Un esempio chiaro di questa dinamica è rappresentato dalle mosse di Tencent, che ha messo a segno un colpo significativo assumendo il ventottenne Yao Shunyu, ex ricercatore di OpenAI, nominandolo Chief AI Scientist, con ampie responsabilità. Tencent cerca così di colmare il suo ritardo con concorrenti interni, come le altre big digitali cinesi, in particolare Alibaba e ByteDance, la società madre di TikTok. Inoltre, Tencent ha puntato i migliori ricercatori di ByteDance, offrendo pacchetti salariali molto competitivi.
In Cina c’è ormai un doppio binario di reclutamento: da un lato la valorizzazione degli studenti e dottorandi formati localmente, su cui competono le startup, dall’altro lato il lavoro costante delle Big Tech cinesi per riportare a casa i ricercatori che hanno accumulato esperienza negli Stati Uniti. Questa diviene anche una battaglia narrativa.
Sul fronte statunitense, la capacità dell’accademia e delle imprese americane continua a essere legata alla capacità di attrarre le migliori menti globali, in particolare quelle di origine cinese. Anche alcuni casi recenti continuano a mostrare quanto questa dipendenza sia profonda e strutturale. Facciamo un esempio. Chi Jin, professore associato a Princeton e ricercatore nel machine learning e nel reinforcement learning, ha da poco annunciato il suo passaggio a OpenAI durante un periodo sabbatico per lavorare alla costruzione della cosiddetta intelligenza artificiale generale (AGI).
Il suo profilo mostra un percorso classico: laurea a Pechino, poi dottorato negli Stati Uniti a Berkeley (sotto la guida di un importante scienziato come Michael I. Jordan), prestigiosi riconoscimenti un anno dopo l’altro. Per comprendere i legami tra Stati Uniti e Cina, inoltre, basta guardare l’ultimo paper di cui questo ricercatore è co-autore: “Goedel-Prover-V2”, che evocando ovviamente il grande logico e matematico Kurt Gödel ha presentato un nuovo modello open-source per la dimostrazione automatica di teoremi, capace di superare le prestazioni di sistemi più grandi come DeepSeek-Prover-V2. Chi ha scritto il paper, oltre a Chi Jin? Se scorriamo la lista degli autori, la sceneggiatura è sempre la stessa: istituzioni accademiche e imprese come Princeton, NVIDIA, Meta FAIR, Amazon e Stanford, con una predominanza quasi totale di ricercatori di origine cinese. Molti sono affiliati a università cinesi come Tsinghua o Shanghai Jiao Tong. Pertanto, la collaborazione tra i due sistemi “avversari” è sempre in corso sul piano della ricerca. Questa collaborazione potrà essere ridotta ma non sparirà, perché non è pensabile un mondo in cui la ricerca si svolge solo attraverso isole.
Quest’ingranaggio può comunque incepparsi. Un caso che ha destato scalpore è quello di Zifan Wang, un ricercatore di punta nel campo dell’intelligenza artificiale a Meta. Dopo aver vissuto e lavorato legalmente negli Stati Uniti per sette anni, si è visto negare il rientro nel Paese dopo un viaggio in Cina per visitare la famiglia. Nonostante fosse titolare di un visto O-1, riservato a individui con eccellenti abilità, è stato respinto e si è trasferito a Londra. La sua reazione, nel descrivere la situazione “inaspettata e folle”, ha scatenato un dibattito acceso sui social media riguardo sul sistema di immigrazione statunitense.
Questo dibattito è destinato a continuare nei prossimi anni e a intrecciarsi con la guerra dei talenti, che si combatte sul piano interno e nel contesto globale, intrecciandosi con l’ipertrofia della sicurezza nazionale.



