Innovazione

Google ammette: il nostro personale origlia le conversazioni con Assistant

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Assistant

Sì, mettiamo il naso nella vita dei nostri utenti, ma lo facciamo per il nostro bene. Potrebbe essere questo, secondo alcuni, il contenuto di un intervento di Google in risposta a una inchiesta giornalistica che ancora una volta punta il dito sulla possibilità che gli assistenti vocali, in questo caso Assistant, violino la riservatezza degli utenti, trasformandosi in vere e proprie “cimici” collegate a “nuclei operativi” che ascoltano i brogliacci.

TACI, GOOGLE ASSISTANT TI ASCOLTA

L’accusa è stata mossa dalla televisione pubblica belga Vrt Nws, che ha realizzato un reportage che mette in evidenza i rischi della privacy domestica (e aziendale) in relazione ai microfoni presenti negli assistenti vocali, in grado di captare audio anche quando non si interagisce direttamente con loro. Secondo quanto riportato, infatti, Google registrerebbe la voce degli utenti anche quando non utilizzano Google Assistant. Tim Verheyden, giornalista della Vrt Nws, ha infatti spiegato al Wall Street Journal di avere avuto accesso a oltre mille frammenti di file audio che un contractor di Google ha trascritto. In diversi casi erano state registrate anche conversazioni senza che vi fosse una interazione con l’utente. Insomma, origliate.

LA REPLICA DI GOOGLE

Google è intervenuta ammettendo le proprie responsabilità e spiegando che gli esperti arruolati per origliare le conversazioni ascoltano lo 0,2% dell’audio che passa dai microfoni dell’assistente domestico. Si tratterebbe insomma di “frammenti” presi casualmente da Assistant e poi vagliati da personale umano per aumentare il livello di comprensione dell’intelligenza artificiale di fronte alle varie lingue, accenti e dialetti, così da rendere sempre più rare le volte che il sistema costringe l’utente a ripetere in modo più chiaro la propria richiesta. Frammenti tali, dicono da Mountain View, che sarebbe impossibile ricostruire l’intera conversazione e, quindi, violare fattivamente la privacy delle persone o, come paventano alcuni, mettere persino a rischio segreti aziendali laddove gli assistenti vocali fossero installati negli uffici.

IL PRECEDENTE DI AMAZON

Lo scorso aprile, grazie a una inchiesta di Bloomberg, Amazon aveva dovuto ammettere che migliaia di operatori ascoltano campioni audio dei comandi che gli utenti impartiscono agli smartspeaker Amazon Echo. Ne parlammo qui. Parallelamente, la BBC aveva avanzato dubbi anche sugli smart speaker di Apple e Google. Anche in quel caso erano venute alla luce parti di audio “rubati” non collegate direttamente alla possibilità di migliorare i dialoghi tra umani e robottini riguardano una donna che “stona cantando sotto la doccia” e un bambino che “grida aiuto”, cercando i genitori.

LA NOSTRA PRIVACY E’ A RISCHIO?

Da un lato, i colossi dell’informatica replicano che questa fase di test è necessaria per il processo di miglioramento di questi assistenti domestici e che tutto è riportato nelle impostazioni sulla privacy che l’utente ha sempre facoltà di modificare, dall’altro le associazioni a difesa dei consumatori lamentano come tali contratti sottoscritti con la clientela non siano né comprensibili né così puntuali. Il rischio è di rinunciare alla propria privacy semplicemente con un clic distratto mentre si configura l’assistente virtuale, cedendo dati che hanno un valore immenso per il mercato pubblicitario visto che contribuiscono alla creazione di una profilazione puntuale degli utenti. Inoltre, permangono interrogativi inquietanti: cosa sappiamo delle persone che ascoltano le conversazioni con Assistant? Davvero non hanno accesso ai file integrali? Come sono scelte e contrattualizzate? Sono servizi in appalto? Come facciamo ad avere certezza che i brogliacci non vengano ceduti a terzi o persino manipolati? Domande che non è possibile porre ad Assistant.

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