Innovazione

Come proteggere la privacy da Facebook, Google e Amazon

di

privacy internet

L’intervento di Giordano Alborghetti (LibreItalia e The Document Foundation)

Sto assistendo da diverso da tempo ad una situazione paradossale. Ovvero una parte delle multinazionali che operano nella Silicon Valley e Redmond, per gli addetti ai lavori definite con l’acronimo GAFA o le – “Big Five dell’high-tech” si danno un gran daffare promuovendo convegni, conferenze, firmando accordi con diversi soggetti, per dimostrare quanto siano attente e quanto ci tengano alla privacy e alla sicurezza dei dati degli utenti/consumatori, per non parlare di quanto ci tengano all’aspetto etico.

Senza gridare al complottismo ricordo a tutti i vari casi di violazione della privacy delle suddette multinazionali, così come è giusto ricordare che le stesse, insieme a molte altre collaborano, ancora oggi, con la National Security Agency, NSA, al progetto Prism per la sorveglianza elettronica di massa, grazie ai documenti che vennero pubblicati nel 2013 da Edward Snowden ex tecnico proprio nella NSA. Quanti per esempio sanno che Skype anche quando è all’apparenza spento, di fatto continua ad operare lo stesso? Quanti sanno che gli assistenti vocali funzionano lo stesso anche quando sembrano spenti?

Tutti questi dati, definiti Big Data, vengono immagazzinati, per profilare le persone e per far si che, nell’ipotesi migliore vengano tartassate da pubblicità aderenti al loro profilo ogni volta che navigano in internet, mentre invece nell’ipotesi peggiore possano servire per quella che viene chiamata ingegneria sociale (dall’inglese social engineering), nel campo della sicurezza informatica, ed è lo studio del comportamento individuale di una persona al fine di carpire informazioni utili (cit. Wikipedia).

Fra le varie conseguenze c’è quella di poter influenzare le scelte di una persona o di un gruppo di persone, in vari ambiti compreso quello privato. Allora non bisogna più usare nessuno strumento informatico? No, ma ritengo necessario che oggi tutti dovrebbero acquisire un minimo di conoscenze/competenze digitali informatiche (MCCDI), senza essere informatici, usando programmi (software) e sistemi operativi liberi, definiti open source e freesoftware in sintesi FOSS, perché alla base di questi c’è un’etica, un rispetto della persona, una comunità che sviluppa i programmi, che non si trovano nelle aziende che hanno come unico scopo il profitto.

Per gli addetti ai lavori è risaputo che i FOSS sono molto più sicuri di quelli proprietari, ed addirittura l’uso di Linux – un sistema operativo libero, ce ne sono varie versioni, che vengono chiamate distribuzioni (distro), facili da usare -, permette all’utente di non installare nessun antivirus.

Oggi usare Linux è semplicissimo e tutti i software liberi vengono definiti multipiattaforma, ovvero sono disponibili per i vari sistemi operativi. VLC, programma per ascoltare musica e vedere film, c’è la versione per Linux, Mac, Windows, Android, Iphone, così come LibreOffice, Firefox e tanti altri. Non ci sono costi di licenza così come avviene per i programmi a pagamento, evitando così il rischio di installare programmi non originali rischiando multe molto salate infrangendo la legge.

Tornando all’aspetto etico consiglio di andare a questo link:  è il report di Mediobanca dal quale si evince di come tutti i giganti dell’high-tech che operano in Italia portano tutti i loro ricavi nei paradisi fiscali inaridendo i territori. Tutto ciò non avviene se si utilizzano professionisti che operano con successo nell’ambito open source. Perché è bene ricordare che si può benissimo fare business anche in questo settore, la grossa differenza è che se io ho un’azienda a Torino, cercherò un professionista che operi nel mio territorio e ai fini dell’economia circolare questo è molto importante.

Concludo con due temi importanti: quando si parla di Smart City esistono delle regole che dovrebbero essere utilizzate: free/opensource software, standard aperti, responsabilizzazione algoritmica, chiarezza nei flussi dei dati e nei ruoli, partecipazione e inclusione, non da meno il tema della sovranità digitale europea per staccarsi dalla morsa dalle multinazionali.

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