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Ecco perché Usa e Cisco sbuffano per lo stop al golden power sul 5G per Huawei e Zte

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Internet 5g

Con la pausa estiva del Parlamento ormai alle porte le possibilità di convertire in legge il rafforzamento del golden power sulle reti 5G varato lo scorso 11 luglio sono pari allo zero. L’approfondimento di Andrea Pira

 

Poco importano le certezze di Matteo Salvini. Con la pausa estiva del Parlamento ormai alle porte le possibilità di convertire in legge il rafforzamento del golden power sulle reti 5G varato lo scorso 11 luglio sono pari allo zero. Anche la sicurezza delle reti è diventata per le due forze di maggioranza occasione per portare avanti ognuno la propria strategia. Allo stato attuale l’iter del decreto si è arenato subito dopo l’avvio in commissione Finanze al Senato. «Il governo non intende portare avanti la conversione», ha spiegato il sottosegretario grillino Vincenzo Santangelo, nel rinviare la materia a una proposta di legge sulla cyber-sicurezza, il cui testo ha di recente avuto il via libera del Consiglio dei ministri.

I tempi del disegno di legge non si conciliano però con l’urgenza che motiva il decreto. Una chiave di lettura, per l’emanazione e lo stop immediato è stata data con la necessità di prendere più tempo per esaminare il contratto di fornitura che Vodafone ha sottoscritto con Huawei per l’acquisto di apparati radio alla base della sua rete 5G. Il provvedimento infatti estende a 45 giorni il periodo a disposizione per esercitare eventuali veti o imporre prescrizioni o condizioni anche su determinata componentistica.

I 15 giorni previsti dall’estensione alle reti 5G dei poteri speciali in caso di accordi commerciali con società extra-europee, introdotta con il decreto Brexit a marzo, sono considerati dagli esperti pochi per analizzare apparati così complessi. Un tagliando complessivo alla normativa sul golden power, datata 2012, è comunque nell’aria, anche per allineare l’impalcatura al recente Regolamento comunitario sul controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione europea.

Lo stesso vale per la modifiche apportate in primavera. Le disposizioni sono molto ampie e ricomprendono di fatto qualunque contratto connesso al 5G, aumentando quindi l’ipotesi di ricorso a condizioni imposte dal governo. Lo stato dell’arte della cybersicurezza vede al momento la situazione in fase di stallo. Pesano divisioni geopolitiche.

Per Huawei l’estensione dei poteri speciali rappresenta «una risposta di emotività legata al rapporto che il governo italiano ha con gli Usa». L’accusa neppure troppo velata è di cedimenti ai proposti di Washington di tenere fuori i colossi cinesi dallo sviluppo delle reti per ragioni di sicurezza. Fonti di mercato ribattono però che le critiche cinesi sono forse eccessive.

La norma riguarda infatti tutte le imprese extra-europee, comprese le statunitensi, come Cisco. Non a caso il primo banco di prova è stato il progetto di rete 5G di Fastweb con i sudcoreani di Samsung. A loro volta, tuttavia, gli Stati Uniti sembrerebbero indispettiti dallo stop al potenziamento del golden power, nonostante le rassicurazioni della Lega che ha anche messo in piedi un piano per la «sovranità digitale» con l’idea di un cloud nazionale e semplificazioni amministrative per l’installazione di reti ad alta velocità.

Al momento però il disegno di legge sulla cybersicurezza non è giunto neppure alle Camere. Il testo si prefigge di definire il perimetro dei soggetti pubblici e privati le cui forniture di beni e servizi saranno sottoposte a eventuali veti o condizioni negli accordi.

(Estratto di un articolo di Milano Finanza; qui la versione integrale)

 

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