Innovazione

Ecco come Zuckerberg metterà a sistema Facebook, Instagram e WhatsApp

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Dati e grafici dimostrano che sia la piattaforma di condivisione fotografica Instagram che quella di messaggistica WhatsApp vedono crescere il numero degli utenti, sebbene per ricavi totali il peso di entrambe all’interno del gruppo californiano non sia paragonabile a Facebook. Tutti i piani pubblici e riservati di Zuckerberg

 

C’è una foto esplicita che da giorni sta facendo il giro del mondo. Ritrae il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in animato e gestuale colloquio con il ceo di Twitter Jack Dorsey assieme al suo staff nel suo studio della Casa Bianca. Nessun mistero sull’argomento trattato: i retroscena, rivelati dal Washington Post, hanno chiarito che il presidente Usa, twittatore seriale, si è lamentato del calo dei suoi follower dopo una delle tante operazioni di pulizia effettuate dal gruppo di San Francisco per eliminare falsi account e bot. Questa volta però l’immagine ufficiale catturata dal fotografo presidenziale è più esplicita delle parole. E mostra senza mezzi termini, come anche l’uomo più potente del mondo e che per anni ha incrociato le lame con Twitter accusandolo senza mezzi termini di essere una quinta colonna dei democratici debba, in vista delle prossime elezioni, confrontarsi con il ceo del social al quale affida le sue numerose esternazioni.

Del resto, che sia Dorsey a sedere davanti a Trump e non Angela Merkel o un altro premier di pari importanza, può destare stupore solo in polverosi ambienti diplomatici. Il potere dei social network, Facebook e Twitter in testa, manifestatosi con lo scandalo di Cambridge Analytica è ormai centrale nel dibattito politico e finanziario. Ma da inizio anno, accanto ai temi classici della discussione che da sempre si accompagnano a questi onnipresenti e pervasivi strumenti sociali e che si possono riportare ai due temi fondanti della sicurezza dei dati e dell’uso distorto delle informazioni raccolte, si affacciano anche argomenti più strettamente finanziari. E il motivo è presto detto: mentre Mark Zuckerberg e compagni sono prodighi nel fornire rassicurazioni pubbliche su sicurezza e vicinanza ai propri utenti, lo sono molto meno quando devono svelare ad analisti e media i «segreti» dei loro bilanci baciati da utili miliardari.

Un’opacità sulla struttura dei ricavi che negli ultimi giorni è stata nuovamente al centro dell’attenzione della stampa anglosassone, non fugata ma anzi rafforzata dalle buone notizie sui conti di Facebook e Twitter che hanno chiuso il primo trimestre del 2019 con numeri record: 4,99 miliardi di dollari il primo e 61 milioni il secondo. I dati snocciolati da Facebook sono a prima vista impressionanti: i ricavi sono cresciuti del 49% a quota 11,97 miliardi, mentre la sola voce advertising ha fruttato al social network 11,8 miliardi. Gli utenti attivi in tutto il mondo hanno toccato i 2,2 miliardi (+13% anno su anno) mentre gli user giornalieri hanno raggiunto la cifra di 1,45 miliardi di persone.

Cifre quindi che dovrebbero tacitare qualsiasi critica. Anche perché arrivano dopo anni nei quali non sono mancate analisi critiche sulla progressiva disaffezione degli utenti di Facebook e alle quali Zuckerberg ha risposto negli ultimi mesi dando più spazio nella piattaforma di condivisione ai contenuti personali postati dagli utenti a scapito di quelli più editoriali e virali. Una sorta di ritorno alle origini, che però ha convinto solo parzialmente gli analisti di settore, già messi sull’avviso a inizio anno dalle dichiarazioni di David Wehner, cfo di Facebook, che a commento dei dati di fine 2018 aveva citato la cifra di 2,7 miliardi di utenti che in tutto il mondo usano almeno un’applicazione della «famiglia Facebook». Con tutta l’ambiguità, perfettamente colta dagli osservatori, proprio sul termine «famiglia» che si può riferire indifferentemente a Instagram e WhatsApp, acquistate dal colosso di Menlo Park rispettivamente nel 2012 e 2014.

Questo improvviso cambio di metrica nella narrazione dei dati aggregati era stato letto all’epoca come un tentativo mal riuscito della casa madre Facebook di mascherare la crescita sempre più lenta degli utenti sui propri prodotti core, quelli a più alto valore aggiunto. Mentre, dati e grafici dimostrano inequivocabilmente che sia la piattaforma di condivisione fotografica Instagram che quella di messaggistica WhatsApp vedono tutt’oggi crescere vorticosamente il numero degli utenti, sebbene per ricavi totali il peso di entrambe all’interno del gruppo californiano non sia paragonabile a Facebook. Naturalmente Zuckerberg si oppone a questa lettura e ha ribadito a gennaio di quest’anno che il piano d’integrazione più stretta tra le tre piattaforme, la cui conclusione è prevista l’anno prossimo, risponde a una precisa domanda degli utilizzatori.

Ma è difficile accettare per intero la spiegazione, come al solito troppo generica e buonista, del geniale fondatore di Facebook. Un ex dirigente del gruppo, non particolarmente ben disposto verso il suo ex datore di lavoro, ha coniato un perfido neologismo che ha è ormai l’etichetta di questa integrazione: «Whatstabook», ovvero la maniera di mettere insieme le tre piattaforme in un momento nel quale le applicazioni principali di Facebook battono la fiacca nei mercati più redditizi. Riferendosi, nello specifico, al secondo trimestre del 2018 quando il numero degli utenti attivi giornalieri di Facebook ha segnato il passo negli Usa, mentre è calato il numero degli utilizzatori in Europa.

Le preoccupazioni, ben evidenziate dal New York Times, ovviamente non mancano e riguardano prima di tutto la sicurezza. Con l’integrazione infatti, gli utenti potranno scambiarsi i messaggi criptati con tecnologia end-to-end all’interno di tutto l’universo Facebook , caratteristica questa finora riservata al solo servizio di messaggistica WhatsApp. Notizia che certamente non fa felici le diverse agenzie di sicurezza, che già in passato si erano mostrate contrariate verso le troppo sofisticate tecnologie di criptazione utilizzate da questa piattaforma, una autentica manna per criminali e disinformatori. Last but not least, il problema dell’uso dei dati personali.

Viene fatto notare che, mentre i manager di Facebook mettono l’accento sui vantaggi dell’integrazione per la clientela, il vero vantaggio per il gruppo è ottenere l’accesso a una maggior quantità di dati integrati, aumentando così la precisione nella profilazione dei medesimi e creando nei fatti una banca dati gigantesca (pool data) nella quale far nuotare i sofisticatissimi algoritmi. Con tutti i vantaggi commerciali connessi. E non è tutto. La mossa di creare Whatstabook è stata letta negli ambienti politici come un tentativo di giocare in anticipo sulle possibili decisioni delle autorità Antitrust statunitensi, sempre sul punto di chiedere a Facebook di separare le proprie attività. E Avviando la procedura d’integrazione tra i diversi social network del gruppo, questa mossa si rivelerebbe molto difficile da attuare. E così, mentre Zuckerberg lancia ecumenici messaggi di rassicurazione sugli indubbi meriti sociali della sua creatura, l’agire pratico sembra improntato piuttosto a un’ottimizzazione del profitto, anche se al prezzo di una maggiore invasività per i propri clienti.

(articolo pubblicato su Milano Finanza)

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