Innovazione

Ecco come gli hacker hanno aggredito Save the children

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L’articolo di Adriano Spadari, junior consultant presso HKAO Human Knowledge As Opportunity 

 

Il mito dell’hacker come Robin Hood si è sgretolato. Il pirata informatico che ruba ai poveri per dare ai ricchi è un ricordo sbiadito.

A fare scalpore è il recentissimo attacco digitale a Save the children, che mostra i briganti digitali rendersi protagonisti di un’operazione di phishing avviata spacciando il mittente come un impiegato dell’organizzazione benefica.

E così su Internet ha cominciato a muoversi un giro di fatture fasulle che hanno innescato bonifici per quasi un milione di dollari, somma dirottata su un misterioso conto in Giappone a dispetto della reale destinazione per il saldo delle spese di costruzione di un impianto di pannelli solari per una struttura sanitaria in Pakistan.

Il misfatto è stato scoperto circa un mese dopo e la collaborazione con l’agenzia nazionale giapponese della pubblica sicurezza ovviamente non ha dato i risultati sperati.

La circostanza è grave, non tanto per l’entità del furto (che in gran parte è stato rimborsato dalle compagnie assicuratrici) ma per la tipologia di bersaglio individuata dai criminali. Gli enti benefici, immaginandosi difesi dalla stessa neutralità ed imparzialità che li contraddistingue, mai si sarebbero aspettati di poter diventare vittime di simili aggressioni.

Il modus operandi dell’azione sottolinea invece la spregiudicatezza dei manigoldi che hanno dimostrato di non guardare più in faccia nessuno.

Nulla di nuovo sotto il sole, almeno secondo gli esperti di settore. Già in passato era successo all’estero che venisse preso di mira qualche onlus, come è accaduto ad esempio con il sito del Women’s Resource Centre londinese. Sedicenti affiliati all’Isis cambiarono la homepage inserendoci messaggi come “I love Isis & Jihad” e “Je suis Isis” e video propagandistici. Peggio ancora andò ai famigliari dei bambini vittime di cancro che, riuniti per darsi manforte sulla pagina Facebook Cure childhood cancer, hanno ricevuto spregevoli messaggi in cui parecchi utenti hanno ignobilmente insultato i piccoli malati arrivando ad augurare loro la morte.

Anche in Italia, quasi 10 anni fa, si era verificato un episodio classificabile nella medesima macro-categoria. È la storia dell’Operazione “La pazienza di Giobbe”, così chiamata perché coinvolgeva l’ignara ed estranea Associazione Amref di cui era testimonial l’attore e scrittore Giobbe Covatta.

In quella vicenda una banda di criminali – intenta a vendere prodotti elettronici a prezzi stracciati rispetto alle quotazioni di mercato – richiamava l’attenzione e convinceva i cybernauti promettendo di donare ad Amref ben 7 euro ogni 100 che venivano spesi nelle compere online. Ovviamente dispositivi ed accessori non sono mai arrivati ai vari compratori (beffati due volte, per il “bidone” e per l’illusione di contribuire ad una giusta causa) ma gli specialisti del Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza hanno assicurato alla giustizia i vivaci truffatori.

Il problema è diffuso e non va preso sottogamba.

Le organizzazioni benefiche si sono ripetutamente dimostrate impreparate a questi attacchi informatici, nonostante il loro contesto sia meritevole dell’adozione di cautele e protezioni di un certo livello. Tali realtà, infatti, devono gestire, tra le altre cose, anche le transazioni delle donazioni online e come tutte le movimentazioni di denaro non si può prescindere dall’implementazione di contromisure alle minacce cibernetiche.

Ma – a mutuare un vecchio proverbio – “non tutti gli hacker vengono per nuocere”.

A scrutare l’orizzonte troviamo pure soggetti come Hackers For Charity, una “banda” di bricconi che porta avanti progetti altruistici. L’inconsueto gruppo di pirati ha l’obiettivo di aiutare le popolazioni più povere, specialmente in Africa, affiancandosi alle Ong, e lo fa con iniziative di formazione e servizi alla comunità. Purtroppo, però, si tratta di una eccezione davvero rara.

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