Innovazione

Come sarà il Digital Green Pass

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Il Digital Green Pass sarà un certificato e non un passaporto: certificherà l’esecuzione della vaccinazione, la negatività a un test, la guarigione. Non sarà certamente un certificato di immunità. L’approfondimento di Carlo Favaretti per Panorama della Sanità 

 

Il Commissario Ue Breton ha affermato: “Passaporto sanitario dal 15 giugno”. Il Ministro Speranza ha annunciato: “Il Green Pass europeo connesso alle vaccinazioni è la strada giusta per ricominciare a viaggiare in sicurezza”.

Quali sono i termini della questione? Entro qualche settimana, il Parlamento Europeo dovrebbe discutere e approvare la “Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council on a framework for the issuance, verification and acceptance of interoperable certificates on vaccination, testing and recovery to facilitate free movement during the Covid-19 pandemic (Digital Green Certificate)”.

La proposta è orientata al rilascio, verifica, e accettazione di certificati interoperabili di vaccinazione, di test e di guarigione con l’obiettivo di salvaguardare il principio di libera circolazione e residenza dei cittadini europei oggi limitata dalla pandemia sulla base di restrizioni nazionali.

Per rispettare il principio generale di proporzionalità e non discriminazione, la proposta tiene conto del fatto che i bambini ed adolescenti non possono oggi essere vaccinati e che alcuni adulti non possono essere sottoposti a vaccinazioni per ragioni biologiche. Essa, quindi, prevede non solo certificati di vaccinazione, ma anche di documenti attestanti la negatività di test diagnostici, nonché attestati di guarigione da una precedente infezione da Sars-CoV-2.

Il possesso del Digital Green Certificate vuole “facilitare il libero movimento”, ma non “dovrebbe essere una precondizione per l’esercizio della libera circolazione”. Esso non dovrebbe prevedere la creazione di un data base europeo, ma dovrebbe permettere la verifica decentrata dei certificati firmati digitalmente sulla base di sistemi interoperabili.

In considerazione dell’urgenza, la Commissione non ha condotto alcuna valutazione di impatto della proposta.

La commissione (e il parlamento) dovrebbero promuovere una valutazione di impatto della proposta di Digital Green certificate, sostenuto da molti governi, e anche promuovere l’adozione di criteri di priorità omogenei per la distribuzione del vaccino e per l’uso dei tamponi nei paesi membri, anche per evitare che l’introduzione del certificato certifichi diseguaglianze. Sul piano tecnologico, poi, molti hanno già sollevato qualche osservazione critica anche sulla base dell’esperienza negativa con le APP di tracciamento dei contatti.

Se le parole hanno un significato, tuttavia, la proposta in discussione parla di certificato e non di passaporto!

Per meglio intendersi: un certificato è un documento rilasciato da un soggetto competente che documenta l’attendibilità di un dato, nel nostro caso riferito ad una persona; un passaporto è un documento di identità valido per il passaggio da uno stato all’altro (anche se tale passaggio può essere comunque regolato, per esempio da un visto). Poiché un certificato deve documentare l’attendibilità di un dato, il problema è stabilire che tipo di dato sia certificabile.

Mi sembra che sia facilmente certificabile il dato di avvenuta vaccinazione. Anche il risultato di un test diagnostico è, apparentemente, un dato certificabile, in quanto riferito ad una data precisa di esecuzione, ma dal punto di vista del controllo della pandemia, sarà importante sapere se esso derivi da un test molecolare (gold standard) o da un test antigenico rapido, che ha sensibilità minore e variabile a seconda delle tipologie di test. Quindi, un dato in sé certificabile potrebbe, comunque, determinare la circolazione di una quota variabile di soggetti falsamente negativi, soprattutto ai test antigenici, o di soggetti negativi nel dato momento che si possono reinfettare successivamente, che potrebbero accendere focolai in zone a bassa incidenza.

Le cose si complicano ancora quando si deve certificare la guarigione.

La proposta europea parla di “guarigione (recovery) da una precedente infezione da Sars-CoV-2”. Anche in questo caso si tratta di un fatto in sé certificabile (documentando test negativi e/o dimissione ospedaliera e/o uscita dall’isolamento), ma che non considera la possibilità di reinfezione e il suo effetto nella circolazione del virus.

Insomma, la proposta non deriva da un esame multidisciplinare di un problema complesso, ma dall’urgenza di dare una risposta, formale e non sostanziale, all’esigenza economica e sociale di permettere l’allentamento delle restrizioni alla libertà di movimento tra gli Stati Membri.

Anche se il certificato è, nei fatti, una nuova tecnologia sanitaria che dovrebbe essere valutata secondo la metodologia del health technology assessment (per esempio, in termini di efficacia, sicurezza, efficienza, organizzazione, etica, ecc.), la Commissione Europea ha scelto di non svolgere alcuna analisi di impatto!

Emerge l’esigenza che le decisioni in questa delicata materia derivino da politiche (policies) basate sulle prove scientifiche disponibili, che non rafforzino le diseguaglianze e la diffidenza e che siano focalizzate sul raggiungimento di obiettivi di sanità pubblica. Non mi sembra che l’impostazione della proposta europea vada in questa direzione!

In conclusione, il Digital Green Certificate sarà un certificato e non un passaporto. Esso certificherà, con tutti i problemi sopra ricordati a grandi linee, l’esecuzione della vaccinazione, la negatività a un test, la guarigione. Non sarà certamente un certificato di immunità.

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