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Dagli Usa alla Ue, chi prova ad azzannare Apple e perché

Non ci sono solo gli Usa ad assaltare la "fortezza digitale" in cui s'è rinchiusa Apple: anche l'Ue, ha avvertito la Commissaria Ue alla Concorrenza Vestager, potrebbe presto avviare indagini sui balzelli imposti agli sviluppatori in aperto contrasto con le nuove norme del DMA

Il 2024 per l’iconica Mela morsicata potrebbe essere l’anno delle batoste. L’anno in cui il suo monopolio, vero o presunto, inizierà a scricchiolare, maligneranno alcuni. Apple dovrà infatti far fronte a diverse accuse, per certi versi gemelle, che provengono dagli Usa e dalla Ue. Se a questo aggiungiamo che in Giappone sono state prese misure analoghe a quelle comunitarie sulla liberalizzazione degli store, il quadro è pressoché completo per il Gruppo da 2,65 mila miliardi di capitalizzazione, che ha fatto parte della sua fortuna nel proprio sistema “chiuso”, staccando pesanti “biglietti d’ingresso” agli sviluppatori che vogliano sfruttarne la vetrina. Ma andiamo con ordine.

LE ACCUSE AMERICANE

La notizia dirompente che ha fatto perdere di colpo il 4% circa in Borsa ad Apple, una volta tanto non è arrivata dalla Ue ma dagli Usa, che a sorpresa hanno annunciato un’ampia causa antitrust contro il colosso guidato da Tim Cook. Secondo il Dipartimento di Giustizia Cupertino si sarebbe trincerata in un monopolio illegale nel settore degli smartphone che impedirebbe la concorrenza e l’innovazione.

Si tratterebbe di un colpo di coda di Joe Biden, presidente uscente: come riportato da Associated Press, l’inquilino della Casa Bianca, in corsa per la riconferma, ha chiesto al dipartimento di Giustizia e alla Federal Trade Commission (l’agenzia governativa che si occupa di tutela dei consumatori e di prevenzione delle pratiche commerciali anticoncorrenziali, mai così arrembante da quando è guidata da Lina Khan, nota per la sua ostilità verso Amazon) di applicare con forza la legge antitrust, con l’obiettivo di garantire l’equità e la competitività sul mercato.

LA FORTEZZA DIGITALE DI APPLE

Secondo il dipartimento di Giustizia, Apple avrebbe costruito una sorta di “fortezza digitale” attorno ai suoi prodotti (gli iPhone, gli iPad, gli iMac, l’Apple Watch e non solo), rafforzando l’interconnessione tra i propri hardware e i propri software limitando al contempo le possibilità di contatto con i dispositivi e i programmi di altri aziende.

PER APPLE GUAI NEGLI USA, MA FORSE PURE IN UE

Un fulmine a ciel sereno per Cupertino, probabilmente più preparata a difendersi da eventuali bordate che arrivassero dal Vecchio continente che non da quelle statunitensi. Ma se gli Usa si sono già mossi, anche l’Ue potrebbe sferrare un colpo di coda analogo.

La Commissione uscente potrebbe infatti muovere guerra ancora una volta al produttore americano, dopo la multa da 1,8 miliardi di euro per l’accusa di aver danneggiato la concorrenza nel settore dello streaming di musica attraverso l’iPhone (della quale si è parlato proprio per la portata economica).

La Commissaria Europea per la Concorrenza Margrethe Vestager ha espresso perplessità riguardo la “tassa d’uso della tecnologia”, sostenendo che questa possa di fatto porsi in aperto contrasto con l’esprit des lois confluite nel corpus noto come Digital Markets Act (DMA) che di fatto equipara il mercato digitale a quello fisico, in cui dall’alba dell’Unione europea non sono ammesse né barriere né abusi di posizioni dominanti.

I Gatekeeper individuati espressamente dalla Commissione, ovvero Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance, Meta e Microsoft avevano tempo fino alla prima settimana di marzo per mettersi in regola. Adesso partiranno i controlli. E, salvo sorprese elettorali, con bruschi dietrofront della Commissione che succederà a quella di Ursula von der Leyen (che corre per la riconferma), ci sarebbe già un dossier sulle condotte di Cupertino. O potrebbe essere aperto a breve.

 

L’AVVERTIMENTO DI VESTAGER

Di fatto nel suo ultimo intervento mediatico Vestager ha lanciato un avviso circostanziato ai naviganti (non solo ad Apple, per la verità, ma pure a Meta) per far capire loro che sono sotto la lente della Ue.

In particolare la Commissione starebbe storcendo il naso di fronte al balzello voluto da Apple ribattezzato “Core Technology Fee” che impone il versamento da parte degli sviluppatori terze parti di 0,50 centesimi di euro per ogni prima installazione di un’app gratuita che superi il milione di download, indipendentemente dal canale di distribuzione. Aggiornamenti inclusi, in quanto verranno contati comunque come download.

Apple dal canto suo ne fa un tema di sicurezza, ma l’Ue ribatte che nel caso di specie si sarebbe di fronte a un balzello vero e proprio, peraltro ormai nemmeno più giustificato dal fatto che Cupertino ci metta la vetrina, visto che la liberalizzazione del DMA ha costretto la Mela morsicata ad aprirsi ad altri store virtuali.

“Ci sono cose che ci interessano molto, per esempio se la nuova struttura tariffaria di Apple di fatto non renderà in alcun modo interessante utilizzare i vantaggi della DMA. È su questo tipo di cose che indagheremo”, ha detto la Commissaria alla Concorrenza a Reuters. Quindi un vero e proprio invito agli sviluppatori insoddisfatti a chiedere l’intervento della Commissione, ponendo sul tavolo dell’Antitrust comunitario tutti i dettagli utili per individuare condotte in contrasto con le leggi a tutela della concorrenza.

Alcuni potrebbero osservare che sia Biden sia la Commissione Ue stiano iniziando una battaglia immane ad Apple proprio a fine mandato, forse anche a fini propagandistici. Tuttavia, l’inedita convergenza Ue – Usa sulle condotte di una multinazionale americana dovrebbe comunque far riflettere sul modus operandi di quest’ultima.

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