Innovazione

Cybersecurity, la sfida delle banche: ridurre rischi e garantire trasparenza

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L’Italia deve investire di più in Cybersecurity: il Paese ancora strutturalmente non pronto a difendersi da questa nuova guerra informatica

Venezia 17-20 gennaio 2017. Si è svolta la prima edizione della Conferenza Italiana sulla Cybersecurity, ITASEC17, promossa dall’Università di Ca’ Foscari e dal Cini.

A confronto, durante le quattro giornate, i principali nodi legati alla Scienza e alla Tecnologia della sicurezza informatica. Si è parlato, inoltre, di analisi dei Big data connessi al rilevamento delle minacce informatiche, protezione dell’identità digitale e delle tecniche d’attacco legate all’ingegneria sociale, dell’intelligenza artificiale e della rilevazione dei malware e altre minacce software, con dei panel specifici incentrati sulle diverse tecniche di crittografia. 

Tutti gli interventi viaggiavano su un unico filo conduttore: il punto sulla sicurezza cyber nel nostro Paese, alla luce delle nuove dimensioni del rischio cyber.

Fra i temi affrontati anche quello del Cybercrime e Banking, che ha evidenziato quanto sia vulnerabile il sistema bancario e quanto sia diventato necessario dotarsi di una capacità di protezione dei pagamenti in un’ottica, però, di ristrutturazione e riorganizzazione delle risorse umane, della governance e delle tecnologie a disposizione delle banche stesse. Ma, oltre la vulnerabilità dei sistemi, le banche, durante la loro trasformazione, si troveranno anche a dover far fronte a due conflitti pubblici: contenere e ridurre i rischi e garantire trasparenza, perchè nel settore della cybersecurity, la trasparenza significa denunciare di aver subito attacchi e perdite. Quindi, il rispetto della tutela della massima trasparenza, comporterà per le banche attaccate una perdita di credibilità sul mercato.

cybersecurityUna norma di difficile risoluzione, affrontabile solo con l’adozione di nuovi sistemi di governance, in grado di meritare la fiducia dei nuovi clienti, perché un cambio di governance all’interno significherebbe la creazione di professionalità competenti, sistemiche e comunicative. Le persone che fanno cyber devono necessariamente saper comunicare ed analizzare il fenomeno, per poterne così individuare i margini di miglioramento, facendo leva sui punti di forza.

I 150 milioni di euro stanziati dalla finanziaria di questo anno per la cyber, alla luce delle ultime vicende, probabilmente non saranno sufficienti, sicuramente si deve iniziare ad investire di più, per mettere in sicurezza il sistema Paese, ancora strutturalmente non pronto a difendersi da questa nuova guerra informatica. Lo Stivale potrebbe partire, come sollevato durante un panel, dall’investimento sulla valorizzazione dell’eccellenza dei nuovi talenti. Il vero nodo da sciogliere e da cui partire sarà sicuramente la capacità che il nostro Paese avrà di attrarre e trattenere professionisti del settore informatico, consentendo loro di usufruire di una maggiore remunerazione e, di conseguenza, migliorare sensibilmente la qualità della propria vita. Il nostro Paese è sempre più lasciato solo, ai giovani vengono sottoposte offerte più competitive, dai paesi esteri. Il posizionamento strategico del nostro Paese sarà legato al mantenimento di queste figure e all’attrazione di altre. Umanesimo e tecnologia non devono essere poi così lontani.

 

Fabiana D’Onghia

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