Innovazione

Cosa (non) prevede il Recovery Fund sul 5G

di

guerra 5G

L’intervento di Marco Mayer, docente di Storia dell’Intelligence a Link Campus

 

Da una veloce lettura del testo per il Recovery Fund che stasera sarà discusso dal Consiglio dei ministri si evince che una grande fetta (forse un centinaio di miliardi) finanzierà i processi di digitalizzazione: transizione digitale delle aziende, smart PA, telemedicina, R&S nell’area fintech, digitalizzazione della logistica, digitalizzazione porti e aeroporti, centri di eccellenza Hi Tech, ecc…

Questa grande torta digitale come impatterà la realtà esistente in Italia nei settori più avanzati, infrastrutture 5G, Ultraband, cloud, video-sorveglianza sofisticata e le aziende cinesi che fanno la parte del leone? C’è chi sostiene che esse sono vicine al controllo del 50% del mercato italiano Tlc.

E per libera scelta degli atenei anche alcune importanti università italiane sono finanziate da imprese del Dragone cosa di per sé del tutto legittima intendiamoci.

Per le prossime ore la domanda chiave è la seguente: è giusto chiamare il Recovery Fund piano di resilienza? Oppure invece che di resilienza esso potrebbe diventare un cavallo di troia per una colonizzazione irreversibile?

Wind3 Hutchinson è al 100% cinese, Fastweb è svizzera, ma i principali fornitori tecnologici — come per Open Fiber — sono Zte e Huawei, per non parlare di Honor, Lenovo, Oppo, Inspur, ecc. Nel testo presentato ieri in tarda serata si fa cenno al progetto europeo GaiaX, oggi all’attenzione delle intelligence per la presenza di due colossi cinesi al suo interno.

Sarebbe grave che il Pd e Italia Viva, ma non solo, direi tutte le forze politiche non ragionassero di questo aspetto e non vincolassero l’approvazione del Piano a precisi vincoli di salvaguardia.

Non c’è neppure bisogno di mettere al bando nessuno basta seguire gli esempi più lungimiranti.

Nel giugno del 2018, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha siglato un accordo con il colosso statale delle telecomunicazioni e delle tecnologie digitali cinesi Zte che ha accettato la supervisione di ispettori nominati da Washington per tutte le sue attività 10 anni e in tutto il mondo.

All’Italia basterebbe molto meno.

Perché l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi non scarica dal web il testo di questo accordo e ne trae ispirazione per una normativa ad hoc. Pechino capirebbe, sa benissimo che l’Italia è nella Nato e che l’Ue è più avanti della Cina nel 6G.

L’Italia investendo sul 6G può diventare un modello per tutta l’Europa così come favorendo investimenti territoriali Hi Tech nei distretti delle nostre Pmi con le più avanzate risorse tecniche nazionali ed europee.

Certo chi non capirebbe sono gli intermediari sino-italiani, ma non stiamo parlando di mascherine per l’emergenza, ma del futuro dell’Italia nei prossimi 30 anni.

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