Innovazione

Copyright, il caso Snippet. Cos’è e perché fa litigare editori e Google

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Tra link tax e “legge bavaglio”, la proposta di riforma del copyright in Europa sta dividendo l’opinione di legislatori, addetti ai lavori e editori. In particolare, la norma sullo snippet…

“Vogliono mettere il bavaglio alla rete inserendo la cosiddetta link tax”. È il grido di guerra del ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, sulla proposta di riforma del copyright.

Da dove nascono le parole del vicepremier? Lo scorso 20 giugno, la Commissione Affari giuridici del Parlamento europeo ha dato parere favorevole alla proposta di modifica dell’attuale legge sul diritto d’autore ora nelle mani del Parlamento che può ancora ribaltare la situazione e non approvare la proposta di direttiva il prossimo 5 luglio. Se in Italia il Movimento 5 Stelle Di Maio promette che “faremo tutto quello che è in nostro potere per contrastarla” in quanto “il governo italiano non può accettare passivamente la direttiva Ue sul copyright”, non è l’unico a opporsi alla nuova normativa. Tra i punti più dibattuti figura l’articolo 11, quello sulla cosiddetta “Link tax”.

NON È UNA LINK TAX

Intanto puntualizziamo una cosa: l’articolo 11 della direttiva non è una “link tax”. Come ha precisato l’avvocato Paolo Marzano, presidente del Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore (CCPDA) su Startmag.it la scorsa settimana, si tratta piuttosto di un diritto d’autore o connesso accordato agli editori sui loro snippet, ossia le anteprime degli articoli composte da titolo, immagine e sommario create automaticamente dai social network e dagli aggregatori di notizie quando pubblicano un link su Internet.

In base all’art. 11 le piattaforme online dovranno pagare una licenza per collegarsi agli editori pubblicando gli snippet delle loro notizie. Questa norma è stata progettata per mitigare il potere sugli editori che gli aggregatori di notizie – i giganti Google e Facebook giusto per citarne due – hanno accumulato nell’ultimo decennio, codificando una nuova regola sul copyright per retribuire gli editori di notizie quando si cita il testo delle loro storie.

COS’È UNO SNIPPET

Gli snippet, breve testo di anteprima della news, vengono creati automaticamente, in base ai contenuti della pagina. Come sottolinea Key4biz.it “lo scopo dello snippet e del titolo è rappresentare e descrivere al meglio ogni risultato e spiegare in che modo è correlato alla query dell’utente”.

BENEFICIO DEGLI EDITORI GRANDI…

Da una parte c’è la stragrande maggioranza degli editori convinta che la nuova normativa garantirà maggiore tutela dei contenuti, con la valorizzazione dell’industria creativa e culturale. Per Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, l’approvazione della direttiva europea sulla riforma del diritto d’autore, è “necessaria e irrinunciabile, si tratta di ristabilire un principio di equità e di riequilibrare il mercato dell’informazione”. Dall’altra parte ci sono i critici che vedono nella direttiva un’occasione soltanto per i grandi editori di fare profitti sul lavoro degli aggregatori di notizie, a scapito dei piccoli editori che verrebbero esclusi già ai blocchi di partenza.

IL PRECEDENTE TEDESCO

Il punto è che il copyright accessorio si è già rivelato un disastro sia in Germania sia in Spagna, non riuscendo ad arricchire gli editori di giornali. La Germania è stata la prima a ottenere una legge sui diritti d’autore connessi nel 2013, a seguito di intense pressioni da parte di attori politicamente connessi come il gigante editoriale Axel Springer. La legge ha dato agli editori il diritto di addebitare agli aggregatori di notizie online come Google la riproduzione di frammenti del loro articolo nei risultati di ricerca.

Tuttavia, quando hanno provato a far rispettare questo nuovo diritto contro Google, il gigante dei motori di ricerca ha semplicemente smesso di usare gli snippet in questioni. I rinvii alle proprietà di Springer come Bild sono crollati dell’80% portando all’immediato dietrofront degli editori che hanno addirittura garantito al colosso di Mountain View un’esenzione temporanea dal pagamento pur di tornare su Google.

E QUELLO SPAGNOLO

La Spagna ci ha provato l’anno dopo. I legislatori hanno elaborato una versione ancora più severa della legge che costringeva gli editori a richiedere tariffe di copyright accessorie dagli aggregatori di notizie, che volessero o meno (e gli editori più piccoli, grati per del traffico generato da Google, in realtà non volevano). Di fronte a questa legge, Google ha chiuso Google News in Spagna. Nel frattempo, uno studio commissionato dall’industria editoriale spagnola ha trovato l’intero episodio disastroso, concludendo che non c’era “nessuna giustificazione teorica o empirica per la tassa”. A rimetterci sono stati dunque i piccoli editori, penalizzati dal ritiro di Google dal mercato.

A RISCHIO IL PLURALISMO

Al di là dei due precedenti europei – disastrosi – sopracitati, una norma del genere rappresenterebbe quindi un vantaggio solo dei grandi editori – e nemmeno troppo come nel caso tedesco. Julia Reda, l’eurodeputata che guida il gruppo degli oppositori alla riforma, si è rivolta così alla stampa: “Le intenzioni possono essere buone, ma i metodi per affrontare il problema sono catastrofici e feriranno le persone che vogliono proteggere”.

Anche l’avvocato Guido Sforza, esperto in diritto dell’informazione e Presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, ha espresso la stessa preoccupazione sul suo blog sul Fatto Quotidiano riguardo la link tax: “Espone a un rischio il pluralismo dell’informazione online: se per non pagare il compenso, le grandi piattaforme smettessero di indicizzare e aggregare contenuti – come già accaduto nell’esperienza spagnola – forse i grandi editori sopravvivrebbero ma i più piccoli diverrebbero di fatto inaccessibili e sarebbero condannati all’estinzione. Il sacrificio in termini di pluralismo dell’informazione sarebbe enorme”.

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