Innovazione

Come l’Intelligenza artificiale farà (anche) il lavoro sporco

di

intelligenza artificiale

L’approfondimento di Gian Marco Litrico, ex dirigente d’azienda, blogger su emigrantepercaso.com, vive in Canada da anni

Nei giorni scorsi Amazon è finita nell’occhio del ciclone perché i suoi computer “terminano” automaticamente chi non raggiunge i livelli di produttività previsti nei suoi centri di logistica.

La versione di Amazon è che la decisione del computer può essere corretta da un supervisore umano. Il dubbio, però, su quanto questo potere correttivo venga esercitato resta: il punto è il 10% dei dipendenti di Amazon, secondo alcune stime, viene licenziato ogni anno da un kapò di silicio.

Qualche giorno dopo la tempesta, però, il gigante di Seattle ha potenziato il programma per trasformare i dipendenti in imprenditori, fornendo loro tecnologia, veicoli in leasing e assicurazione.

Con 10 mila dollari di incentivo e 3 mesi di stipendio, si può creare una piccola azienda per consegnare i pacchi di Amazon.

Con una flotta di 40 veicoli, si può fatturare 300 mila dollari all’anno. L’idea è quella di fare concorrenza a UPS e Uber per il cosiddetto “ultimo miglio” delle consegne.

È un modello da testare nella realtà, ma l’idea di un’azienda che incentiva i dipendenti a diventare imprenditori, è intrigante.

Che il lavoro non si debba cercare, ma creare, è un’idea con una storia anche in Italia, dove le PMI sono il tessuto economico tipico del Paese, ma anche una camicia di forza quando si tratta di investire per innovare.

Nell’oceano dei Big Data si può trovare tutto quello che serve per lavorare e far lavorare meglio: conoscenza, motivazioni, empatia, ascolto.

Restano aree grigie che richiedono cautela. Il 70% delle aziende promuove sui social il proprio brand come datore di lavoro. Chi cerca un’occupazione può capire se quello è un posto in cui val la pena di lavorare. Il discorso è diverso quando la nostra impronta digitale viene usata per decidere chi siamo e se saremo degli impiegati modello. Alcuni studi dimostrano che la correlazione tra personalità digitale e personalità reale, per ora, non supera il 20-30%.

La transizione dalla fattoria alla fabbrica, 150 anni fa, è stata probabilmente più facile, ma l’intelligenza artificiale è arrivata per rimanere. L’importante è che non diventi una scatola nera, dove i dati entrano ed escono senza che si sappia cosa è successo al suo interno. L’algoritmo ha gli stessi pregiudizi dell’essere umano che lo ha programmato. Il Gdpr in Europa, il quadro normativo sulla privacy, ha riconosciuto il diritto di non essere soggetti ad una decisione presa autonomamente da un algoritmo e di essere informati sulla logica adottata dalla macchina. Diritto sacrosanto, sancito dalla Politica quando fa bene il suo mestiere e che mette l’Europa, almeno in questo, davanti ad America e Cina.

(4. Fine; qui per leggere la prima puntata, qui la seconda e qui la terza)

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