Innovazione, Primo Piano

Come funzionano gli algoritmi-buttafuori di Twitter? Vi racconto il mio (strano) caso

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Curioso che profili che istigano quotidianamente all’odio verso persone o gruppi di persone, insultando o diffondendo marchiane bufale, possano, indisturbati, tranquillamente dare sfogo alle loro frustrazioni e chi prova – forse maldestramente – a buttare là uno straccio di riflessione venga epurato. Maggior chiarezza non guasterebbe.

 

Ammettiamolo: siamo dipendenti dai social network. Per lavoro o passatempo, siamo perennemente collegati, offrendo al famigerato popolo della rete le nostre riverite opinioni sullo spettro completo dello scibile umano, i nostri selfie, le foto delle vacanze o di quello che abbiamo nel piatto.

Tra i vari social, Twitter possiede, senza ombra di dubbio, le qualità della sintesi, del poter veicolare in tempo reale news (e fake news), dell’essere luogo in cui ironia e hate speech si contendono il primato dei like.

Ecco perché le truppe di Jack Dorsey, patron di Twitter col quartier generale a San Francisco, hanno in piedi sistemi di controllo di quanto viene pubblicato, intervenendo spesso su segnalazione dell’utente o, in alcuni casi, dietro verifica automatica di quanto postato.

Eppure, quando qualche giorno fa mi è stato impedito l’accesso all’uccellino blu, è stato un piccolo shock: “Hai violato le regole di Twitter”, recitava il messaggio di messa al bando per 12 ore. Punizione esemplare per chi si diverte a molestare e insultare gli altri utenti, ma suprema onta per il sottoscritto, che si fa vanto di un utilizzo non tossico dello strumento.

Quali regole avrei violato? Inutile tentare di capire il perché della cacciata dal Giardino dell’Eden: i vari link a disposizione degli utenti, rigorosamente in lingua inglese, sono un infernale gioco di rimandi da perdere la testa.

Attendo, dunque, pazientemente lo scoccare dell’ora della liberazione e 12 ore dopo giunge la rivelazione: mi si chiede, al fine di essere riammesso nella comunità cinguettante, di cancellare un tweet che raffigurava un’immagine, riportata da molti media statunitensi e non solo, che era stata pubblicata sul profilo Facebook dell’assassino di El Paso, Texas, che il 3 agosto scorso aveva ucciso 22 persone.

Sostenitore di teorie suprematiste, il killer era un fan del Presidente Donald Trump e un amante delle armi. L’immagine incriminata raffigurava il nome del Presidente Trump le cui lettere erano formate da fucili e mitra: emblematica, a mio modo di vedere, della controversa questione della presenza massiccia di armi da fuoco negli Stati Uniti, a detta di molti non contrastata dall’attuale amministrazione di Washington. Nessun commento, ognuno si sarebbe fatto l’idea del caso.

Torniamo all’aut aut: prendere o lasciare, nessun appello o margine di discussione. Cedo ed elimino il tweet, venendo graziosamente riammesso.

Mastico amaro per quella che percepisco come una decisione illogica, oltre che ingiusta, trattandosi di un’immagine diffusa da moltissimi utenti, alcuni dei quali star di Hollywood. Ma tant’è.

Dopo qualche tempo, la sorpresa: Twitter mi scrive e mi avverte di aver commesso un errore nel bloccare temporaneamente il mio account e spera di rivedermi presto in linea.

Inutile rispondere: occorre usare gli appositi, dannati moduli di richiesta di supporto. Orbene, riammesso nella lista dei buoni, mi chiedo: perché è stato commesso un errore così grossolano? Quale algoritmo è stato usato? Sono stati bloccati anche gli account dei giornalisti o dei vip che hanno tweettato la medesima foto? E perché non viene data all’utente la possibilità di chiarire le cose col fantomatico “supporto”?

Curioso che profili che istigano quotidianamente all’odio verso persone o gruppi di persone, insultando o diffondendo marchiane bufale, possano, indisturbati, tranquillamente dare sfogo alle loro frustrazioni e chi prova – forse maldestramente – a buttare là uno straccio di riflessione venga epurato. Maggior chiarezza non guasterebbe.

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