Innovazione

Come Covid-19 ha cambiato il nostro rapporto con il digitale

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Il Covid-19 ha accentuato la fiducia nel digitale (a tratti unica dimensione consentita in quarantena). Come cambieranno le nostre vite e le nostre abitudini? Le previsioni in uno studio dell’associazione Gianroberto Casaleggio

 

Il Coronavirus ci ha insegnato che l’home-ization, la tendenza a  fare tutto dalla propria abitazione grazie al digitale, non è solo la risposta a una emergenza, ma una nuova opportunità. Raggiungere gli obiettivi e finalizzare i progetti è più importante della presenza fisica sul posto di lavoro o della firma di un cartellino. Poter scegliere dove e quando lavorare cambia il concetto di organizzazione del lavoro.

A fare il punto sulle nuove tendenze che potrebbero diventare irriversibili già dal prossimo decennio è lo studio “Niente resterà più come prima”, curato dall’associazione Gianroberto Casaleggio con la collaborazione di un pool di 36 esperti.

La crisi del Covid 19, fa notare la ricerca, ha accelerato i processi di digitalizzazione delle imprese e “solo investendo il 15% del Pil nell’economia del paese, sostenendo la ricerca e lo sviluppo”, dice Davide Casaleggio, presidente dell’Associazione, si potranno mettere le basi per affrontare le sfide del futuro.

Lo smart working, per esempio, che prima della crisi occupava circa mezzo milione di persone ha toccato grazie al lockdown quota otto milioni. Non sorprende che oggi Zoom, la piattaforma di videoconferenze, valga da sola più delle sette principali compagnie aeree messe assieme.

“Nel 2030 ci guarderemo indietro”, si legge nella relazione, “e ci chiederemo come potevamo lavorare seduti ad una scrivania per otto ore consecutive pensando solo alla fine della giornata e non al traguardo che avevamo dinanzi”.

Se negli anni ‘90 le aziende dedicavano 16 metri quadrati per ogni nuovo dipendente, scesi oggi a 4,5 metri quadrati, nel 2030 non ci sarà più spazio. Quel dipendente lavorerà da casa.

Nell’era del touchless, dove le merci è meglio non toccarle, arrivano cambiamenti irriversibili anche sul lato dei consumi.

Nel giro di dieci anni la spesa su piattaforme digitali sarà la prima leva del consumo.

Che fine faranno i negozi?

Lo store, diventerà uno spazio condiviso, un luogo per il co-working, dove il brand si farà promotore di iniziative, in cui la vendita, opzionale e accessoria, non sarà più il fine unico.

Il negozio del 2030 diventerà uno spazio espositivo “instagrammabile”. Da qui a un ventennio, infatti, oltre il 70% degli acquirenti saranno i Millennials e Gen Z: il modo in cui spendiamo oggi non potrà essere lo stesso domani.

L’accellerazione informatica e digitale, trend irreversibilmente sia in ambito professionale che personale, evidenzia come i mercati digitali siano dominati da oligopoli e che un’etica digitale deve ancora essere scritta.

Il Coronavirus ha cambiato l’idea stessa di salute, meno legata ai sintomi e alle cure e sempre più basata su prevenzione e monitoraggio. Si andrà dal dottore solo in caso di reale necessità. Per tutto il resto arriverà in  supporto la tecnologia. Collegamenti in remoto per controllare l’andamento dei pazienti, ricette inviate sul cellulare, piattaforme che mettono in contatto specialisti e pazienti in videochat.

Anche la didattica a distanza, che ha trasformato lo schermo di un computer in un’aula scolastica, ha portato a una riflessione di tutto il sistema e, finita l’emergenza, si guarda alle nuove opportunità.

L’e-learning richiede il 40-60% di tempo in meno per apprendere una lezione:  si può seguire il proprio ritmo, tornare indietro e rileggere, saltare o accelerare la lezione. La personalizzazione dei percorsi di apprendimento è il vantaggio più evidente.

Nell’equazione “distanti ma vicini”  sarà scritta la nuova dimensione dei rapporti umani. “L’emergenza”, precisa il rapporto, “ci ha fatto maturare la fiducia rispetto a questa nuova dimensione del quotidiano perché, a tratti, è stata anche l’unica”.

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