Innovazione

Chi ha paura (e perché) di TikTok

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Usa TikTok

Forse non si pensa al pericolo TikTok. L’articolo di Umberto Rapetto

TikTok non è una minaccia soltanto per i giovanissimi che la utilizzano per scambiarsi messaggi e condividere contenuti spesso inadatti, diseducativi o illegali. La “app” video di proprietà cinese è un pericolo per la sicurezza nazionale.

Tranquilli, non siamo noi a preoccuparci.

Mentre l’indifferenza tricolore ai problemi a connotazione digitale trionfa, fortunatamente oltreoceano c’è chi si preoccupa dei rischi emergenti e sollecita l’intelligence ad approfondire e a fornire risposte in proposito.

L’omologo americano del prefetto Vecchione, Joseph Maguire, ha ricevuto in questi giorni una accorata lettera bipartisan sottoscritta da due senatori, il democratico Chuck Schumer e il repubblicano Tom Cotton. I due parlamentari esprimono una certa apprensione ipotizzando che quella “app” possa configurarsi come uno strumento di raccolta informativa e di propaganda da parte del governo di Pechino. L’acquisizione dei filmati veicolati dagli iscritti a quella piattaforma può rappresentare una sorta di potente sonda per conoscere interessi, opinioni e finanche intenzioni dei cittadini statunitensi (e non solo….). La possibilità, poi, di “inoculare” contenuti costruiti ad arte e di alimentarne la diffusione virale è un ottimo sistema per manovre di counterintelligence ingegnerizzate nel minimo dettaglio.

Un mesetto fa il quotidiano britannico The Guardian aveva riferito che TikTok richiede ai propri moderatori di censurare qualsiasi contenuto che si riferisca a Piazza Tienanmen, all’indipendenza tibetana o al Falun Gong.

All’inizio di ottobre Marco Rubio (tranquillizziamo subito gli esperti de noantri che non è il vivace cuoco che spesso visita e valuta le trattorie frequentate dai camionisti, ma il senatore repubblicano della Florida) si era rivolto al ministro del Tesoro Usa Steven Mnuchin, invitando la Commissione per gli Investimenti Esteri (CFIUS) perché indagasse sui legami di TikTok con le istituzioni cinesi per individuare possibili influenze, interferenze o forme di controllo.

Il tema probabilmente non appassiona e qualsivoglia invito a drizzare le antenne cade nel vuoto.

Mi viene in mente il “Gocciolatore”, un mio collaboratore il cui “nickname” era legato alla involontaria dispersione di una bottiglia di Bonarda su una tovaglia candida in occasione di una cena con cui si festeggiava il brillante epilogo di una operazione di servizio. Ad un tizio che, rimase imbambolato alla richiesta di una banale informazione stradale nel corso di un blitz, strillò un indimenticabile “Fatte n’artro sonno”.

La sollecitazione a continuare a dormire casca a pennello, ma stavolta non è indirizzata ad un poveraccio incolpevole della sua esitazione.

La cyber security include anche questo tema, anche se apparentemente esorbita dal non mai abbastanza lodato “perimetro nazionale”.

 

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