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Chi c’è in OpenAi, la software house d’oro per ChatGPT (e perché c’entra Musk)

Openai

Nel web si parla solo di ChatGPT, l’intelligenza artificiale adocchiata da Microsoft in grado di scrivere testi che paiono scritti da un essere umano. Cosa sappiamo su OpenAi, la software house che l’ha sviluppata

 

È l’uomo del momento. Sam Altman, che nelle scorse settimane è apparso più volte su Twitter col solo, apparente, scopo di moderare l’entusiasmo divampato attorno alla creatura cibernetica, ChatGPT (adocchiata anche da Microsoft, ne abbiamo parlato qui), è l’esperto di intelligenza artificiale più chiacchierato al mondo. Allo stesso modo, la sua software house, OpenAI, si sta velocemente imponendo tra le rivoluzioni digitali dell’ultimo periodo.

 

CHI HA SCOMMESSO SU OPENAI

In realtà, sebbene di OpenAi si sia finora parlato abbastanza poco, non siamo di fronte alla classica startup che nasce in un garage (in una bella cucina, ha recentemente raccontato il founder con tanto di foto) per esplodere clamorosamente subito dopo. Nata nel dicembre 2015 a San Francisco, spinta da uno dei migliori acceleratori degli USA, Y Combinator, ha raccolto il suo primo miliardo grazie a finanziatori di tutto rispetto, tra cui il cofondatore di Paypal e Palantir, Peter Thiel e, soprattutto, il numero 1 di Tesla, SpaceX e Twitter, Elon Musk, che infatti non ha mancato di sottolineare la bontà della tecnologia alla base di questa nuova IA.  Si può dire che lui e Altman abbiano deciso di giocare al poliziotto buono – poliziotto cattivo, con Musk che gonfiava le potenzialità di ChatGPT e il cofounder che invitava a moderare l’entusiasmo. “ChatGPT è incredibilmente limitato, ma abbastanza bravo in alcune cose da creare un’impressione fuorviante di grandezza”, ha scritto su Twitter Altman, “È un errore fare ora affidamento su di esso per qualcosa di importante. È un’anteprima del progresso; abbiamo molto lavoro da fare su robustezza e veridicità”.

 

IL CONFLITTO DI INTERESSI DI MUSK CORRE SU TWITTER

Per dovere di cronaca, segnaliamo comunque che nel febbraio 2018 Musk si è dimesso dal consiglio di amministrazione di OpenAI per via di un potenziale conflitto di interessi con l’IA di Tesla ma ne è tuttavia rimasto donatore. Il salto di qualità è arrivato nel 2019, quando OpenAI LP ha accalappiato l’interesse della software house per antonomasia: Microsoft, che ci ha investito un miliardo di dollari e dato vita a una partnership di ricerca, con l’azienda fondata da Gates fornitrice esclusiva del cloud.

COSA HA FATTO FINORA OPENAI

Per essere un’azienda relativamente giovane, l’organigramma non è così semplice come si potrebbe pensare. OpenAI LP, controllata della non-profit OpenAI Inc (che gestisce programmi di divulgazione e formazione un tempo col marchio OpenAI Scholars e OpenAI Fellows), impiega un centinaio di persone che vanno dallo sviluppo dell’IA allo studio delle implicazioni morali. Open AI, si legge sul sito ufficiale, intende difatti “garantire che l’intelligenza artificiale generale (AGI), con la quale intendiamo sistemi altamente autonomi che superino gli esseri umani nella maggior parte dei lavori economicamente validi, porti benefici a tutta l’umanità”.

Prima di finire sui giornali di tutto il mondo per l’interessamento da parte di Microsoft, OpenAI ha lanciato diversi software: tra questi, OpenAI Gym, ambiente digitale in cui è possibile studiare nuove tecnologie e Universe, piattaforma per misurare e addestrare un’IA attraverso giochi e app che risalgono entrambe al 2016 e altri cinque-sei software, come RoboSumo, Debate Game, OpenAI Five e Dactyl.

LE TANTE CHIACCHIERE CHE NUTRONO L’EGO E L’IA

Ma la gallina dalle uova d’oro sembra essere l’ultimo chatbot, anche perché l’azienda è riuscita a sfruttare magistralmente la discussione che è seguita al lancio dell’ultima versione. In pratica, molti nomi noti, da Musk a Marc Andreessen, cofounder di Andreessen Horowitz, uno dei fondi di venture capital più importanti al mondo, passando per Chris Anderson, numero 1 di TED, hanno iniziato a tessere le lodi del software (guarda caso via Twitter) e così l’opinione pubblica s’è interrogata sulle implicazioni etico-morali, dando l’impressione che l’IA sia così insidiosa da essere infallibile.

 

Corry Wang, market strategist a Google, ha perfino paventato, ovviamente su Twitter, che l’ultimo software di OpenAI sarà la morte dei compiti scritti. Sviluppata su 170 miliardi di parametri per trarre la sua conoscenza da fonti come Wikipedia e Google Books, la creatura di OpenAI potrebbe facilmente essere impiegata da studenti pigri e ricercatori truffaldini per scrivere dai compiti per casa a tesi di laurea fino a vere e proprie pubblicazioni, riuscendo, dicono le Cassandre su Twitter, a eludere la maggior parte dei controlli visto che i pensieri vengono riformulati rispetto alle fonti che si trovano sul Web (insomma, copia ma lo fa meglio di un umano).

Una simile polemica era già avvenuta con GPT-2, l’intelligenza artificiale “mamma” di quella attuale, che a febbraio 2019 era stata resa disponibile “con la museruola” (una sorta di versione col freno a mano tirato) proprio per le preoccupazioni sull’utilizzo “sbagliato” di tale tecnologia. Insomma, come suggerisce il detto “purché se ne parli”, potrebbe essere che dalle parti di OpenAi già all’epoca fossero ben felici che il software fosse chiacchieratissimo. Anche perché, da buona IA, si nutre delle interazioni con gli utenti: ecco dunque perché chiunque può giochicchiare gratuitamente col software, che più viene messo alla prova, più impara.

E la versione successiva, GPT-3, nel 2020, il cui codice sorgente non è mai stato reso pubblico e l’accesso è stato fornito in esclusiva attraverso un’API Microsoft, deriva proprio dall’uso smodato che tutta questa pubblicità, apparentemente non voluta, ha generato. Chiacchieratissima anche DALL-E, l’edizione di GPT-3 addestrata per generare immagini da descrizioni testuali: si parte da una didascalia e il software crea l’immagine più attinente. L’ultima versione del software, DALL-E 2, capace di produrre immagini dalla risoluzione quattro volte superiore alla precedente, non è pubblica ma disponibile con iscrizione a una lista d’attesa.

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