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Che cosa ha detto di veramente scandaloso Davide Casaleggio su innovazione e blockchain?

Blockchain

Gianfranco Polillo ha letto in contemporanea l’intervista di Casaleggio alla Verità e l’intervento di Padoan sul Foglio. 

Leggere, giustapponendole, i due diversi lunghi interventi di Davide Casaleggio (intervista a La Verità del 23 luglio) e di Pier Carlo Padoan (l’articolo su Il Foglio lo stesso giorno) è come avere un flash: la rappresentazione plastica della grande frattura che divide l’Italia. Due mondi che tra loro non parlano. E che forse non si capiscono. Con il Presidente della Casaleggio che parla in bit. E l’ex Ministro dell’economia che usa il sistema decimale.

Immaginifico e proiettato al futuro l’orizzonte del primo. Tutto continuità con il passato quello del secondo. Una frattura che è anche generazionale, se è vero che i ragazzi di oggi sono portatori di un nuovo alfabeto – l’input delle varie device (dal telecomando all’uso sincopato dello smartphone) che i loro padri maneggiano ancora con una certa difficoltà. Il segno più evidente di quella faglia che sta scavando un immenso fossato. Ed in cui l’approfondimento culturale di una volta è sempre più sostituito da una piattaforma orizzontale in cui con un click è possibile accedere alla informazioni ritenute necessarie.

Basteranno? Questa è la grande incognita del domani. L’innovazione, specie se ha i caratteri sconvolgenti della modernità, comporta, a volte, l’illusione della semplificazione. Ma è anche vero che la complessità, più volte richiamata da Padoan, può trasformarsi nella grande palude che soffoca ogni intraprendenza. Dire, quindi, chi ha ragione, in una fase complicata come quella italiana, più difficile, è quasi impossibile.

Meglio allora soffermarsi sui postulati di base che reggono i due opposti ragionamenti. Per Casaleggio la forza dell’innovazione è la grande leva del momento. Internet, blockchain, intelligenza artificiale sono le armi degli ultimi contro le pretese dell’establishment. Che utilizza (male) questi strumenti solo nella misura in cui rispondono alla stabilizzazione e gestione dello status quo. Politiche puramente conservative. Quando invece il loro corretto utilizzo richiede cambiamenti epocali non solo delle strutture economiche, ma delle stesse regole democratiche. Il passaggio verso forme di democrazia diretta, fino a rendere (quasi) inutile lo stesso Parlamento.

Chi si occupa di informatica conosce bene la differenza. Un conto è usare un PC come costosa macchina da scrivere. Un altro è ridisegnare le strutture della catena organizzativa per catturare in pieno la potenzialità di questi strumenti. Basta vedere come sta cambiando l’organizzazione delle banche, paragonarla a quella della pubblica amministrazione, e si vedrà la differenza delle due prospettive.

In Padoan predomina invece la paura del cigno nero. Il pericolo di una nuova crisi finanziaria che sconvolga ulteriormente il fragile tessuto della società italiana. Per limitare il danno è necessario prepararsi per tempo. Avere a disposizione strumenti di intervento, che possono essere ottenuti solo aumentando i presidi posti a difesa di una credibilità ritrovata. Quindi equilibrio dei conti pubblici, progressiva riduzione del debito, completamento delle riforme già avviate. Pazienza ed accumulo di risorse per non stuzzicare mercati che rimangono guardinghi. Soprattutto una copertura politica che solo l’Europa può offrire.

Quest’ultimo tema è dirimente, al punto da far bacchettare lo stesso Paolo Savona, “sebbene alla cui scienza tutti tributiamo il massimo e non formale rispetto” quando considera “il surplus di parte corrente come ‘spazio fiscale‘ utile per gli investimenti”. Critica corretta finché si rimane negli spazi angusti dell’attuale Fiscal Compact. Ma questo è sempre meno un dato del problema, appartenendo invece, grazie alle necessarie e indispensabili modifiche da concordare a livello europeo, alla sua stessa soluzione.

Gli assi dei due diversi ragionamenti, come si vede, sono come un film di Antonioni. Incomunicabilità assoluta. Che contribuisce a spiegare meglio gli orientamenti dell’elettorato italiano. Visto che gli ultimi sondaggi danno il 60 per cento dei consensi alle due principali forze politiche italiane: Lega e 5 stelle. Semplice ubriacatura? Non ne saremmo così convinti. Basta alzare lo sguardo oltre i confini nazionali per vedere da che parte tira il Mondo. Più che il trionfante sovranismo, la crisi vera è di quel cosmopolitismo che ha esaltato oltre misura i fasti della globalizzazione. Anche quando quest’ultima si era trasformata in quel grande far west senza che vi fosse uno sceriffo a fermare le grandi scorrerie.

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