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Google Meta

Come procede la guerra del Canada a Google e Meta

Il Canada ha iniziato a contestare l'uso gratuito dei contenuti giornalistici sul web da parte di social media (come Facebook) e motori di ricerca (come Google). Il premier Justin Trudeau punta a un quarto mandato per portare avanti la crociata.

A due anni dalle prossime elezioni federali e nonostante i sondaggi disastrosi (tre canadesi su quattro non vedono l’ora di mandarlo a casa), il premier canadese Justin Trudeau punta a un quarto mandato per entrare in un olimpo in cui figurano solo due padri fondatori della patria come John A. Macdonald e Wilfrid Laurier.

E dopo aver violato il tabù della legalizzazione della cannabis e della morte medicalmente assistita, ha deciso di infrangerne un terzo, quello dell’uso gratuito dei contenuti giornalistici sul web da parte di social media e motori di ricerca. Trudeau si è messo in testa un principio: riconoscere il valore del lavoro giornalistico e non permettere che venga “scippato” dai colossi di Internet serve a proteggere la libertà di stampa. Insomma, la posta in gioco non riguarda solo il vil denaro, ma anche le sorgenti della democrazia. Magari strizzando un occhio al sistema dei media mentre si entra nel biennio pre-elezioni, ma questa è un’altra storia.

I toni sono stati bellicosi sin dall’inizio. “Lavorano come se non ci fossero regole. È un po’ come il selvaggio West, dove queste persone possono venire qui e fare quello che vogliono. Non funziona così in Canada, non in una democrazia, e non possiamo accettare che ci siano aziende che vengono qui e ci minacciano, e minacciano un paese sovrano, e se non difendiamo i Canadesi, chi lo farà?”, si era chiesto retoricamente uno dei ministri del governo liberale di Trudeau il Giovane.

IL BILL C-18 CONTRO GOOGLE E META

L’oggetto del contenzioso è racchiuso in una legge, nome in codice Bill C-18, più nota come Online News Act.

Approvata a giugno, entrerà in vigore a partire dalla metà di dicembre, mettendo a frutto una tecnica legislativa collaudata nel Paese della foglia d’acero: si approva una normativa controversa, ma si rimanda nel tempo la sua piena applicazione, rinviando ad un momento successivo la soluzione dei problemi più spinosi.

Nelle parole del governo di Ottawa, la legge introduce “un nuovo quadro di contrattazione destinato a sostenere le imprese giornalistiche per garantire un equo compenso quando i loro contenuti di notizie sono resi disponibili da intermediari di notizie digitali dominanti e generano un guadagno economico”.

Chi siano questi “intermediari di notizie digitali dominanti” è presto detto: con l’ascesa del duopolio Google-Facebook, una fetta significativa dei Canadesi ha cominciato a informarsi attraverso i motori di ricerca online e i social, spesso bypassando completamente i siti di notizie.

Per questo il governo Trudeau ha deciso di garantire una equa compensazione agli editori per l’uso dei loro contenuti sulle piattaforme di aziende che hanno più di 20 milioni di utenti canadesi e ricavi annui per almeno 1 miliardo di dollari.

Di fatto, appunto, due: Google e Meta, la controllante di Facebook e Instagram, secondo il governo agiscono come “cerberi” nell’ecosistema dei media, descritto un decennio fa da Rupert Murdoch, nel tempo libero tra un matrimonio e una separazione multimilionaria, come “una situazione in cui i creatori di contenuti sostengono tutti i costi, mentre gli aggregatori si prendono tutti i benefici”.

LE REAZIONI DI GOOGLE E META

Una prima stima dell’ufficio del bilancio del Parlamento di Ottawa aveva quantificato in quasi 330 milioni di dollari il cartellino del prezzo a carico delle società guidate da Sundar Pichai e Mark Zuckerberg.

Che non hanno tardato a reagire: a giugno Meta aveva annunciato che la disponibilità delle notizie sarebbe stata interrotta per tutti gli utenti in Canada, e questo prima dell’entrata in vigore della legge. Google, dal canto suo, aveva fatto una scelta meno radicale, non bloccando l’accesso alle news almeno fino all’entrata in vigore della legge e dandosi disponibile al negoziato.

Gli utenti di Facebook si sono ritrovati, all’improvviso, con le loro pagine social prive del link alle news e la dicitura “this content isn’t available in Canada in response to Canadian government legislation”. “Questo contenuto non è disponibile in Canada in risposta alla legislazione del governo canadese”. I più solerti e digitalmente alfabetizzati hanno rimediato usando i software “taglia e incolla”, trasformando la schermata della notizia in una fotografia e ripubblicandola senza il link. Una soluzione artigianale poco percorribile per decine di siti informativi alternativi, come giornali studenteschi universitari, stazioni radio e organi di informazione stranieri, tutti con i link alle news bloccati.

Google e Meta hanno scelto di fare le vittime virtuose: “richiedere a due aziende di pagare semplicemente per mostrare i link alle notizie, cosa che tutti gli altri fanno gratuitamente, è una decisione senza precedenti: mettere una sorta di ‘tassa sui link’ crea incertezza per i nostri prodotti e ci espone a una responsabilità finanziaria illimitata, semplicemente per aver facilitato l’accesso dei Canadesi alle notizie degli editori nazionali”.

“Paghiamo già gli editori di news col traffico Internet che indirizziamo verso le piattaforme di informazione: quasi 2 miliardi di clic in 12 mesi, per un controvalore superiore a 230 milioni di dollari in marketing gratuito”, aveva spiegato lo stato maggiore di Zuckerberg. Cui aveva fatto eco Google, con numeri ancora più vistosi: “l’anno scorso ci siamo collegati a siti di news canadesi più di 3,6 miliardi di volte, senza chiedere un centesimo agli editori, aiutandoli anzi a fare soldi attraverso pubblicità e nuovi abbonamenti. Questo traffico vale 250 milioni di dollari l’anno. Siamo disposti a fare di più, ma non possiamo farlo in un modo che rompa il web e i motori di ricerca per come sono progettati per funzionare”.

COSA FANNO CONSERVATORI ED EDITORI

Della situazione hanno cercato di approfittare i Conservatori, con il leader del partito, Pierre Poilievre, pronto a evocare lo spettro del Grande Fratello, accusando in un tweet il governo Trudeau di “intralciare deliberatamente ciò che le persone possono vedere e condividere online”.

Gli editori, dal canto loro, hanno guardato, e molto, in bocca al cavallo donato di Meta e Google: “molti lettori non vanno mai oltre il titolo o il testo di anteprima del post di Facebook o della ricerca su Google”, hanno eccepito. Google ha tacitamente ammesso che era così nel 2021, quando ha introdotto una funzione progettata per promuovere quella che ha chiamato “condivisione più informata”, ovvero un invito che esortava gli utenti ad aprire e leggere gli articoli prima di condividerli.

Il punto è che, oltre ad essere di fatto la fonte principale di informazioni per i canadesi, Google e Meta controllano l’80% dei ricavi della pubblicità digitale.

“Questo duopolio sta privando gli editori delle entrate necessarie per pagare lo stipendio ai giornalisti e mantenere le redazioni aperte, con la conseguenza di degradare ulteriormente la qualità della stampa, fondamentale per preservare la democrazia”, hanno lamentato gli editori, toccando un tasto delicato per la politica. “E la pistola fumante è sotto gli occhi di tutti: il Web è inondato di disinformazione e fake news, che proliferano – hanno aggiunto – solo in assenza di giornalismo professionale”.

Per tutta la industry ha parlato Jordan Bitov, proprietario del Toronto Star, che ha raccontato, senza citarla, il caso di un’azienda che aveva acquistato 50 milioni di dollari di media nel 2022, ma ne aveva spesi solo 6.800 sul suo giornale. Né si era comportato meglio lo stesso governo federale, che ha destinato al Toronto Star meno di 400.000 dollari degli oltre 100 milioni spesi in advertsing nello stesso anno.

Insomma, la pubblicità resta la linfa vitale dell’ecosistema: senza, i media tradizionali continueranno ad appassire e morire, minando la salute del sistema democratico. Anche perché il calo delle entrate pubblicitarie è ben lungi dall’essere compensato dagli abbonamenti: il “Digital News Report” del 2022 del Reuters Institute ha scoperto che solo il 15% dei Canadesi ha pagato per le notizie online l’anno scorso, al di sotto della media globale del 17% e molto al di sotto di mercati come Norvegia (41%) e Svezia (33%).

Lo stesso studio ha concluso che il 55% degli intervistati indica i social media come fonte principale di notizie, rispetto al 48% del 2016, mentre solo il 16% ha riconosciuto questo ruolo alla stampa (in calo rispetto al 36%). Una trasformazione che segue chiare linee di demarcazione demografica: solo il 19% degli abbonati alle principali testate canadesi, come il Toronto Star e The Globe and Mail, ha meno di 30 anni.

Digital Content Next, un’associazione di categoria che rappresenta più di 60 società di media tra cui Bloomberg, The New York Times e Washington Post, non aveva mancato di far avere il suo supporto alla legge C-18, definita una “riforma ragionevole e necessaria”, mentre “il blocco dei contenuti delle notizie è l’ultimo esempio di come i giganti della tecnologia usano il loro dominio per cercare di intimidire i governi sovrani e gli editori di notizie”.

Alla fine, Google ha deciso di negoziare, mentre Meta ha scelto la linea dura, sostenendo di non estrarre attivamente, a differenza dei motori di ricerca, le notizie da Internet per inserirle nei feed degli utenti.

IL BLOCCO DELLE PUBBLICITÀ GOVERNATIVE SU META

Per ritorsione contro iI blocco totale delle news sul social media, il governo federale, che è tra i più grandi inserzionisti digitali in Canada dall’alto di un budget di oltre 100 milioni di dollari l’anno, ha bloccato tutte le attività pubblicitarie su Meta. Certo, una inezia rispetto ai 120 miliardi di dollari di pubblicità online che Meta incassa all’anno globalmente, ma che ha permesso a Trudeau di togliersi un altro sassolino dalla scarpa: “Il fatto che Facebook non voglia riconoscere il duro lavoro dei giornalisti professionisti in tutto il paese è qualcosa che mina il tessuto stesso della nostra democrazia in un momento in cui stiamo assistendo a un suo arretramento in tutto il mondo”.

Google e il governo federale hanno, invece, raggiunto un accordo che permetterà al colosso di Mountain View di continuare a condividere notizie canadesi online in cambio di pagamenti annuali per un importo di 100 milioni di dollari (meno dei 172 milioni di dollari che erano la base negoziale per Ottawa). Google potrà negoziare con un unico soggetto, in rappresentanza di tutti i media, come chiedeva. Resta ora da vedere quanti governi seguiranno le orme di Trudeau il Giovane nel confronto con i colossi del web, ma c’è da scommettere che il modello Canada non resterà isolato.

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