Innovazione

Stati dell’Asia e dell’America Latina guardano alla digital tax europea. Parola del Wall Street Journal

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Seguendo l’esempio dell’Ue, anche molti Paesi asiatici e latino-americani vogliono imporre ai colossi tech (Amazon, Google e Facebook) digital tax basate sul fatturato e non sul profitto, mentre gli Stati Uniti invocano l’intervento dell’Ocse

Della digital tax se ne discuterà alla riunione Ecofin del 6 novembre. La prossima settimana gli Stati membri torneranno a esaminare la proposta di imporre una tassa sui servizi digitali all’interno dell’Unione europea. Nel frattempo, anche il resto del mondo guardano alla proposta di Bruxelles per tassare i giganti del web.

DIGITAL TAX ALL’EUROPEA

Una tassa del 3% sulle entrate digitali generate all’interno del blocco di 28 membri. È questa la proposta al vaglio degli stati Ue con l’obiettivo di incrementare le entrate fiscali di ciascuno stato imponendo una tassa sulle entrate digitali oltre alla tradizionale imposta sui profitti. Nell’ambito dell’attuale proposta, la tassa rimarrebbe in vigore fino a quando non ci sarà un accordo globale su come affrontare l’economia digitale.

Ma la proposta di Bruxelles ha bisogno dell’approvazione unanime di tutti gli Stati membri per entrare in vigore e diversi Paesi fanno opposizione. Come l’Irlanda, sede fisica privilegiata da molti giganti tecnologici grazie al regime fiscale favorevole.

“I paesi di tutto il mondo si stanno rendendo conto che devono imporre una tassa digitale”, ha dichiarato Bruno Le Maire, ministro delle Finanze francese, che sta facendo pressioni in tutta Europa per far passare la proposta: “È una questione di equità”.

INTANTO NEL RESTO DEL MONDO

In effetti è vero quello che ha notato Le Maire. Come riporta il Wall Street Journal, l’India e almeno altri sette paesi dell’Asia-Pacifico stanno esplorando nuove tasse sul modello delle proposte dell’Unione europea. Anche il Messico, il Cile e altri paesi dell’America Latina starebbero pensando alla formulazione di nuove tasse volte a incrementare gli introiti dalle aziende tecnologiche straniere.

In Corea del Sud, per esempio, i legislatori stanno tenendo riunioni del comitato per la prossima settimana per decidere se imporre una nuova tassa digitale. Secondo le loro stime, i colossi tecnologici stranieri hanno generato fino a 5 trilioni di won sudcoreani (4,4 miliardi di dollari) l’anno scorso nel paese, ma hanno pagato meno di 100 milioni di won di tasse – ovvero meno di un quarto di quello che avrebbero pagato se fossero state compagnie nazionali. “L’Ue è diventata il punto di riferimento per molti paesi asiatici e siamo stati in grado di seguire il loro esempio”, ha dichiarato Pang Hyo-chang, un professore di tecnologia dell’informazione che ha scritto un rapporto sulle imposte digitali utilizzato dai legislatori sudcoreani.

GLI USA SI APPELLANO ALL’OCSE

Più che tassa all’europea gli Stati Uniti invocano una tassa globale. Come ha riportato Politico, la scorsa settimana Steven Mnuchin, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha dichiarato che Washington appoggerebbe soltanto una riforma di tassa digitale a livello globale attraverso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse con sede a Parigi). Ma un accordo internazionale è uno scenario improbabile almeno nell’immediato futuro e i funzionari americani potrebbero prendere in considerazione azioni di ritorsione se Bruxelles (o i singoli Stati membri) colpiranno le imprese tecnologiche statunitensi con nuove tasse.

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