Il presidente Donald Trump ha annunciato ieri un accordo tra Apple e Intel per la progettazione e la produzione di microchip negli Stati Uniti. Non sono stati forniti dettagli sulla tipologia dei semiconduttori oggetto della collaborazione, né sui volumi e nemmeno sul valore economico.
Anche se le informazioni disponibili sono scarse, però, è comunque possibile dire che l’intesa darà probabilmente un contributo importante al rilancio della divisione manifatturiera di Intel dopo un periodo di crisi interna che non ha permesso alla società né di evolvere le proprie tecnologie produttive né di cavalcare l’onda dell’intelligenza artificiale, che invece ha fatto la fortuna di altri chipmakers.
LA RIPRESA DI INTEL, NEGLI ACCORDI E IN BORSA
La ripresa di Intel – che da marzo 2025 ha un nuovo amministratore delegato, Lip-Bu Tan – è evidente. La settimana scorsa la società ha ricevuto un grosso ordine di processori da Google e ad aprile ha chiuso un accordo di fornitura con la casa automobilistica Tesla relativo al nuovo processo manifatturiero 14A. Dall’inizio dell’anno, poi, il titolo in borsa è cresciuto di oltre il 169 per cento: giovedì, dopo l’annuncio di Trump, ha guadagnato il 13 per cento arrivando a 133,9 dollari, un record.
COSA FARÀ APPLE CON INTEL
Un contratto con Apple – cioè una delle più grandi aziende di elettronica di consumo al mondo – non farà bene solo ai risultati economico-finanziari di Intel ma anche alla sua reputazione, e potrebbe perciò permetterle di attirare nuovi clienti di peso. La società, peraltro, ha ricevuto investimenti da parte del governo degli Stati Uniti (9 miliardi di dollari e una quota del 10 per cento nel capitale), della holding giapponese SoftBank (da 2 miliardi) e di Nvidia (5 miliardi), l’azienda nettamente dominante nel mercato dei processori per l’intelligenza artificiale.
I rapporti tra Apple e Intel non sono nuovi: dal 2006 al 2020, infatti, Intel ha fornito ad Apple i processori per i computer Mac; dopodiché, Apple è passata a progettarseli da sola – i cosiddetti systems-on-a-chip – e ad affidarne la manifattura alla compagnia taiwanese Tsmc, la più grande costruttrice di microchip su contratto al mondo.
Il riallaccio dei rapporti con Intel, dunque, permetterebbe ad Apple di ridurre la sua dipendenza da Tsmc e da Taiwan, un’area potenzialmente critica perché la Cina non considera Taiwan un paese a sé stante ma una provincia del proprio territorio, da controllare anche attraverso la forza.
Apple è generalmente molto attenta alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla resilienza della sua supply chain dagli shock esterni: per esempio, tende ad avere almeno due fornitori diversi per ognuno dei componenti principali dei suoi dispositivi, come gli schermi. D’altra parte, è oggettivamente difficile trovare dei fornitori in grado di eguagliare l’affidabilità della compagnia taiwanese per quanto riguarda la qualità tecnologica e la scala produttiva. A questo proposito, Intel deve ancora dimostrare che le sue fabbriche di microchip – fonderie, in gergo – possono rivaleggiare con quelle di Tsmc.
APPLE TRA RAPPORTI GOVERNATIVI, MARGINI SOTTO PRESSIONE E CRISI DEI MEMORY CHIP
Oltre alle questioni relative alla sicurezza della filiera, poi, per Apple l’accordo con Intel è utile anche per migliorare i rapporti con l’amministrazione Trump, che – come detto – è diventata azionista di Intel e insiste molto sul recupero della capacità manifatturiera statunitense.
In questo momento Apple è sotto pressione anche per i margini: in un’intervista al Wall Street Journal l’amministratore delegato Tim Cook ha annunciato infatti un aumento dei prezzi dei prodotti a causa dell’aumento delle spese per i chip di memoria, o memory chip.
I chip di memoria – come il nome suggerisce – sono dei dispositivi elettronici che permettono di conservare dati e di scambiarli con l’unità di elaborazione centrale, il componente che gestisce tutte le attività principali di un computer. Dato che questi chip sono indispensabili per i sistemi dedicati all’intelligenza artificiale, gli hyperscaler (cioè le società come Amazon e Alphabet, che forniscono servizi digitali via cloud) ne stanno acquistando in grandi quantità, riducendone l’offerta disponibile per gli altri usi e facendone salire il prezzo.
La carenza e il rincaro dei memory chip stanno gravando sulle operazioni e sui conti dei costruttori di dispositivi elettronici, di console per i videogiochi e anche di automobili.





