Innovazione

App Immuni, quale sarà il rapporto con Apple e Google?

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app Apple Google

Il governo ha chiarito che l’app Immuni sarà volontaria e open source. Ma dove verranno conservati i dati? L’app di Bending Spoons seguirà il modello Apple e Google oppure il consorzo Pepp-pt di cui fa parte la società scelta da Arcuri?

“L’app per il tracciamento dei contagi sarà solo volontaria e non ci saranno pregiudizi per chi non vorrà scaricarla”. Lo ha chiarito ieri il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante l’informativa al Senato. Nonostante le parole del premier, restano ancora tanti dubbi intorno a Immuni, l’app di contact tracing selezionata dal governo e annunciata dal commissario Domenico Arcuri il 16 aprile, dopo un’ordinanza.

Bending Spoons, società sviluppatrice dell’app (qui l’approfondimento di Start sui soci anche asiatici della società), seguirà l’approccio centralizzato del consorzio Pepp-pt (di cui fa parte) o quello decentralizzato proposto dalla partnership Apple-Google?

Su questo nodo si gioca la tutela della privacy dei dati degli utenti che utilizzeranno Immuni. Per il modello decentralizzato di Apple e Google, il sistema di funziona in modo che né loro né gli sviluppatori delle app possano vedere chi è stato avvisato.

Sempre ieri il ministero per l’Innovazione guidato da Paola Pisano ha pubblicato una nota di aggiornamento sull’app, soprattutto per quel che riguarda i criteri di valutazione adottati più che le scelte finali.

COME SARÀ L’APP IMMUNI

Come si legge sul sito, “l’applicazione si baserà sull’installazione volontaria da parte degli utenti e il suo funzionamento potrà cessare non appena terminerà la fase di emergenza. Con cancellazione di tutti i dati generati durante il suo funzionamento”. Come esplicitamente richiesto dall’autorità garante per la privacy italiana ed europea.

“L’applicazione non conserverà i dati relativi alla geolocalizzazione degli utenti, ma registrerà esclusivamente i contatti pseudonimizzati di prossimità rilevati mediante la tecnologia bluetooth low energy”.

I sistemi di contact tracing basati su Bluetooth non usano i dati di geolocalizzazione infatti, ma tracciano solo il fatto che un certo dispositivo si sia avvicinato a un altro, salvando questi eventi sotto forma di un codice identificativo.

OPEN SOURCE

L’app Immuni sarà inoltre open source. Il suo codice sarà dunque aperto e suscettibile di revisione da qualunque soggetto indipendente voglia studiarlo.

Come si legge sul sito del ministero, “il codice sorgente del sistema di contact tracing sarà rilasciato con licenza Open Source MPL 2.0 e quindi come software libero e aperto”.

LE DOMANDE APERTE: DOVE VENGONO IMMAGAZZINATI I DATI?

Ma chi gestirà il sistema di contact tracing e dove verranno immagazzinati i dati (se saranno immagazzinati)? Secondo il Garante della privacy, “è auspicabile che la complessa filiera del contact tracing possa realizzarsi interamente in ambito pubblico”.

Anche per la task force tecnica di Vittorio Colao, come riporta oggi il Corriere, “ci deve essere un unico gestore dei dati, non solo per motivi di sicurezza, ma anche per fare in modo che i dati parlino tra loro e la mappatura sia efficace”.

Si torna perciò alla domanda di partenza: la gestione e l’elaborazione dei dati avverrà su server centrale o unicamente sui dispositivi degli utenti?

IL RAPPORTO CON I SISTEMI PEPP-PT E IL MODELLO APPLE-GOOGLE

Dal sistema scelto (centralizzato o decentralizzato) dipenderà infatti la compatibilità con il sistema che stanno realizzando Apple e Google, che prevede che i dati rimangano solo sui dispositivi.

Per il modello Apple-Google il processo di corrispondenza dei contatti si svolgerebbe sui telefoni anziché a livello centrale. Ciò consentirebbe a qualcuno di sapere se è a rischio di contagio senza che nessun altro venga avvisato.

Ieri il ministero ha fatto sapere che “il sistema di contact tracing dovrà essere finalizzato tenendo in considerazione l’evoluzione dei sistemi di contact tracing internazionali, oggi ancora non completamente definiti (PEPP-PTDP-3TROBERT), e in particolare l’evoluzione del modello annunciato da Apple e Google.”

L’AFFILIAZIONE DI BENDING SPOONS A PEPP-PT

Ancora dunque il governo non ha deciso quale dei due approcci avrà la meglio. Tuttavia, va considerato che Bending Spoons fa parte dell’iniziativa paneuropea per la tutela della privacy (Pepp-Pt) lanciata a inizio aprile da scienziati di 8 paesi Ue per tracciare la diffusione del nuovo coronavirus tramite app.

La coalizione Pepp-pt inizialmente diceva di sostenere sia un approccio centralizzato sia uno più decentralizzato ma ha virato sul centralizzato.

COSA HA CHIESTO INTANTO IL GOVERNO FRANCESE

Inria, l’istituto francese che sviluppa l’app StopCovid, ha sviluppato un proprio sistema, chiamato Robert (citato anche dal ministero di Paola Pisano).

IL PROBLEMA DEL SISTEMA APPLE

Il problema per Inria è che il sistema sviluppato da Apple non consentirà di eseguire il tracciamento dei contatti basato su Bluetooth in background.

Quindi, per funzionare, le app dovrebbero rimanere attive e sullo schermo, limitando ciò che i proprietari potrebbero fare con i loro cellulari e compromettendo la durata della batteria.

COSA FARÀ BENDING SPOONS

Come riporta il Corriere, “Bending Spoons — a quanto risulta — sta cercando una mediazione con i due colossi, mentre segue l’evoluzione del progetto europeo Pepp-pt , di cui fa parte. Il rischio per gli sviluppatori è infatti quello di trovarsi fra l’incudine, Apple e Google che gestiscono i due sistemi operativi della quasi totalità degli smartphone; e il martello, i governi che vogliono gestire sia i codici degli infetti sia quelli dei loro contatti così da mappare la diffusione della malattia”.

I PERICOLI PER LA PRIVACY DELL’APPROCCIO PEPP-PT

Se la scelta dovesse ricadere sul modello Pepp-pt, il governo dovrà placare le proteste degli esperti. Con una lettera aperta, oltre 300 ricercatori di tutto il mondo hanno puntato il dito sul pericolo della sorveglianza di massa di app simili che hanno una “raccolta dati centralizzata”.

Degli 8 sottoscrittori italiani spicca il nome del professor Ciro Cattuto, data scientist e digital epidemiologist dell’Università di Torino ma anche membro della Fondazioni Isi. Proprio l’istituto di ricerca sui big data torinese che faceva parte in origine dell’iniziativa Pepp-pt (insieme alla Bending Spoons) ma da cui si è ritirato a causa delle “ambiguità in materia di governance e comunicazione”.

Iniziativa simile a quella presa ieri dal Nexa Center for Internet and Society del Politecnico di Torino.

COSA HA DETTO OGGI IL GARANTE DELLA PRIVACY

Per il Garante della privacy “la scelta del bluetooth, che misura i contatti ravvicinati, va nella giusta direzione”.  Antonello Soro, intervenuto questa mattina a Circo Massimo su Radio Capital ha ribadito che “questi dati devono essere in un server pubblico, devono essere utilizzati per la finalità di cui parliamo e, dopo un periodo, vanno cancellati”.

“La quantità di informazioni personali raccolte saranno poche” ha dichiarato Soro.  “Solo quando si dovesse verificare un contatto con una persona infetta si verificherà la partecipazione al sistema, sennò ne staremo fuori”. Ma il garante della privacy avverte: “Se non si fanno i tamponi immediatamente dopo aver individuato gli infetti, la app è inutile”.

IL PARERE DEI COSTITUZIONALISTI

“L’app Immuni non pone problemi se accettata volontariamente, ma il consenso del titolare dei dati che vengono acquisiti dev’essere pieno, consapevole e libero”. Lo ha precisato Giovanni Maria Flick in un’intervista a Repubblica. Il costituzionalista consiglia al Governo di affidare a un’autorità pubblica “il controllo dei dati raccolti”, che andranno distrutti a pandemia finita.

Ieri anche il costituzionalista Sabino Cassese si è espresso sul tema nel corso della trasmissione Omnibus su La7. “Per una decisione così rilevante mi meraviglia che non c’è stata una legge o un atto di un’amministrazione amministrativa. Non basta un’ordinanza “.

A OGGI NESSUNA NOVITÀ

Server decentralizzato o centralizzato? Regia pubblica dunque ma affidata a chi? Restano ancora tante le questioni da definire. Come riporta l’agenzia Dire, non è andata bene la videochat che il ministro per l’innovazione Paola Pisano ha tenuto ieri coi capigruppo di maggioranza sulla app Immuni. In particolare non è stato apprezzato che la ministra non sapesse ancora indicare quale veicolo legislativo sarà utilizzato per predisporre dal punto di vista parlamentare l’app.

PER L’EPIDEMIOLOGO LOPALCO SERVONO OPERATORI SANITARI DIETRO APP

Immuni è cruciale per la fase 2 ma l’app da sola non basta. “Un altro dei mezzi che può aiutare la sanità pubblica a tenere il Covid sotto controllo è la famosa App di cui si parla, ma la App da sola non serve a niente”, ha auspicato Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa e coordinatore della task force della Regione Puglia, a Rainews 24.

Lopalco ha spiegato infatti che devono esserci “medici, assistenti e operatori sanitari che fanno questa operazione, che sono dietro la App”.

SPERANZA: “L’APP NON È LA SVOLTA”

“Non ci sono miracoli. Non è che con l’app abbiamo finito i problemi. La vera scoperta che ci farà uscire da questa situazione è il vaccino” ha dichiarato stamattina il ministro della Salute Roberto Speranza. Tuttavia,”penso che questa app possa essere utile in futuro per rafforzare la sanità di questo Paese”.

MOLTO RUMORE PER NULLA

Ma l’app Immuni rischia di essere inutilizzabile, prima ancora della partenza. Per essere efficace, dovrebbe scaricarla almeno il 70% degli italiani, di ogni fascia d’età e in ogni zona del Paese. Secondo Enrico Bucci, professore di Biologia alla Temple University di Philadelphia, che da settimane elabora i dati relativi all’epidemia da coronavirus.

In un’intervista a Repubblica Bucci ha spiegato come il traguardo sia irraggiungibile visto che “stando agli ultimi dati, solo il 66% degli italiani ha uno smartphone. A meno che lo Stato non distribuisca telefonini a chi non ne possiede”.

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