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Amazon Tax? Fatti, numeri e problemi

Amazon Tax

Amazon Tax? Le indiscrezioni sulla manovra governativa in cantiere, gli obiettivi dell’esecutivo, gli impatti della misura, gli aspetti problematici e le critiche

 

Non solo Amazon Tax: dibattito e fibrillazioni in vista della manovra che sta prendendo forma per il consiglio dei ministri di domani, lunedì 21 novembre.

Una manovra che sarà divisa in tre parti, secondo la ricostruzione del Sole 24 ore di oggi: le misure contro il caro energia dominano la scena con i loro 21-22 miliardi, il taglio del cuneo fiscale occupa il secondo posto e assorbe circa 5 miliardi; poi ci sono gli interventi bandiera, che fanno discutere tanto ma costano poco come i ritocchi alla Flat Tax, le quote previdenziali, e i micro-finanziamenti come i 100 milioni per Tv e decoder.

VERSO UNA AMAZON TAX?

La manovra di Bilancio, la prima del nuovo governo Meloni, è in fase di ultima elaborazione, ma da tempo circolano molte indiscrezioni sulle misure che potrebbero essere inserite nel provvedimento. Indiscrezioni che in alcuni casi stanno facendo discutere – e non poco – maggioranza, opposizione ma anche addetti ai lavori. Una di queste è la nuova tassa sulle consegne a domicilio, ribattezzata “Amazon Tax”.

L’OBIETTIVO DEL GOVERNO

Nelle intenzioni dell’esecutivo, che ne ha discusso durante una riunione dei capigruppo il 18 novembre, la nuova tassa avrebbe come obiettivo quello di favorire il commercio di prossimità e di porre un freno alle consegne effettuate con mezzi non ecologici.

CHE COSA DICE IL SOLE 24 ORE

È stata infatti ipotizzata l’introduzione di una Web Green Tax per colpire l’e-commerce effettuato con mezzi inquinanti. L’ipotesi è sul tavolo ma restano delle difficoltà tecniche legate soprattutto al rischio di colpire le piccole imprese di trasporto che effettuano le consegne per le piattaforme del commercio elettronico, ha scritto oggi il Sole 24 Ore: “In alternativa sul tavolo c’è anche un intervento più tradizionale, che punta al raddoppio dal 3 al 6% dell’aliquota della Digital Service Tax introdotta nel 2019 ed entrata in vigore nel 2020 nell’attesa dell’introduzione della Minimum digital tax globale su cui si è a lungo lavorato in sede Ocse e che dovrebbe rappresentare il punto di incontro tra le esigenze europee e gli interessi americani”.

L’OPINIONE DEL PRESIDENTE DI NETCOMM ROBERTO LISCIA

I dubbi non mancano secondo Netcomm, l’associazione del settore e-commerce. “La presunta ‘tassa verde’ sulla rete distributiva dell’eCommerce proposta dal governo all’interno della nuova legge di Bilancio non tiene conto del reale impatto economico e ambientale di questo settore sull’intera economia del nostro Paese”, ha detto di recente il presidentedi Netcomm, Roberto Liscia: “Porre un freno a un settore strategico come quello del digitale, che già sta subendo un rallentamento a causa dell’inflazione e dell’aumento dei costi tecnologici e di gestione dell’intera rete, significherebbe minare la competitività dell’Italia sul piano internazionale. E a farne le spese sono in primis le piccole e medie imprese, che hanno trovato nel digitale, in questi ultimi anni, una risorsa strategica per lo sviluppo del loro export, raggiungendo consumatori in tutto il mondo grazie all’eCommerce”.

IL GIRO DI AFFARI DEL DIGITAL RETAIL ITALIANO

Secondo una ricerca condotta sempre per Netcomm da The European House – Ambrosetti, il digital retail in Italia genera ricavi per circa 58,6 miliardi di euro e occupa il terzo posto tra le 99 attività economiche italiane per incidenza sul fatturato. Senza trascurare che, secondo i dati del 2019, il giro d’affari dell’e-commerce contava su 678 mila imprese e 290 mila lavoratori.

CHI CURA I TRASPORTI

Ma chi effettua le consegne di Amazon? Il cosiddetto “ultimo miglio” per gli ordini di cui si occupa ad esempio Amazon – sottolinea Energia Oltre – viene effettuata da vettori commerciali come Poste Italiane, GLS, DHL, Bartolini e UPS, attraverso la loro rete di consegna e da terze parti locali (corrieri), che operano indipendentemente da Amazon ma in genere anche dalle altre realtà del settore.

LO STUDIO DI OLIVER WYMAN

Secondo gli addetti ai lavori, la ratio della norma che dovrebbe approdare in manovra sembrerebbe partire dal presupposto che l’acquisto online abbia un impatto peggiore sull’ambiente rispetto a un acquisto tradizionale in un negozio fisico. Come riportato in uno studio di Oliver Wyman sulla sostenibilità dell’e-commerce rispetto all’offline, in Italia, l’acquisto di un prodotto non alimentare in un negozio fisico emette da 1,5 a 2,9 volte più CO2 rispetto agli acquisti online. Inoltre, l’acquisto in un negozio fisico porta a emissioni pari a 2.000 gr. di CO2e, rispetto agli 800 gr. dilCO2e dell’acquisto online. Questa situazione tiene conto di una varietà di comportamenti dei consumatori (ad esempio, nel 50% dei casi recarsi in automobile in un negozio fisico, restituire alcuni prodotti e comperare più di un prodotto nello stesso viaggio) e di configurazioni della supply chain (ad esempio gli ordini internazionali). In generale, le consegne dell’e-commerce ai consumatori generano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane mentre il retail fisico genera l’11%.

I RISCHI

Non sono da trascurare poI IL fatto che un ulteriore carico fiscale potrebbe ripercuotersi sulle tasche dei consumatori rallentando, tra l’altro, il processo di digitalizzazione delle Pmi italiane. Infine si introdurrebbe un ulteriore balzello a un settore che già ha visto l’introduzione nel 2020 della Digital Service Tax (che colpisce tra gli altri servizi digitali anche i ricavi da intermediazione online).

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