Innovazione

5G, intercettazioni a rischio o rischio-chiacchiere? Il commento di Rapetto

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Il 5G non è un problema per le intercettazioni (per le quali sussistono altre inenarrabili difficoltà), ma per la subordinazione dell’Italia dinanzi alle industrie hi-tech straniere, per la inconsapevole sottomissione a governi e servizi segreti esteri. Il commento di Umberto Rapetto, generale (ris.) della Guardia di Finanza, già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche

 

Ho letto di prestigiosi personaggi al vertice di delicatissime istituzioni che hanno teso il proprio arco e scoccato dardi letali sul 5G che, moderno San Sebastiano, sarebbe stato ripetutamente trafitto perché colpevole di complicare o rendere impossibili le intercettazioni e ogni altro procedimento di acquisizione di elementi informativi utili ai fini investigativi o di intelligence.

Le dichiarazioni rilasciate al Sole 24 Ore o comunque riprese dall’autorevole testata mi hanno “impressionato”, al punto di farmi domandare chi avesse riempito la faretra di così importanti arcieri.

Il mio – mi auguro legittimo – sbigottimento ha evocato il ricordo di Boldi che, nella sua profetica anticipazione dell’odierna stagione di cuochi fatui, si professava contrario alla pentola a pressione. L’inesorabile avvento della quinta generazione dei sistemi di comunicazione – forse è il caso di chiarirlo una volta per tutte – riserva serie preoccupazioni in termini di sicurezza ma, come urlerebbe Antonio Di Pietro, con le intercettazioni “che ci azzecca?”.

I temi della cyber security (prezzemolo di qualsivoglia ricetta di salute nazionale) hanno finito con l’intrecciarsi con altre emergenze, a cominciare con quella del sempre più difficilmente recuperabile gap che – in ambito preventivo e giudiziario – separa i buoni dai cattivi.

Il 5G desta serie preoccupazioni perché la sua infrastruttura è sostanzialmente imperscrutabile e l’adozione dei dispositivi che ne consentono il funzionamento comporta un devoto atto di fede nei confronti di chi li ha progettati. Poco importa se è Hauwei o un altro fornitore che comunque non è italiano o comunitario e risponde a logiche (e sollecitazioni) non necessariamente allineate agli obiettivi nazionali di tutela del sistema nervoso del Paese e delle infrastrutture critiche la cui funzionalità dovrebbe godere di priorità assoluta.

L’Italia non investe in tecnologie da decenni, trascinata al guinzaglio dai Paesi che hanno scommesso sul futuro e che hanno in mano la cloche del progresso, che condizionano il nostro domani, che dispongono – attraverso i loro dispositivi e i loro software – del totale controllo della situazione.

La nostra situazione nazionale è di nitida sudditanza culturale, condizione che si può immediatamente sintetizzare – a parlar per slogan come va di moda oggi – in uno sconfortante “prima tutti gli altri”. E’ morta la capacità progettuale, è finita la produzione di qualsivoglia arnese moderno, è sparita la volontà di indipendenza e forse persino quella di sopravvivenza. La colonizzazione tecnologica americana o cinese è avvenuta con la complicità dell’inerzia dell’industria italiana i cui colossi – farciti da personaggi graditi a questo o quel politico – hanno spento i motori prediligendo il “ritargare” prodotti altrui e il subappaltare il destino tricolore.

Il 5G non è un problema per le intercettazioni (per le quali sussistono altre inenarrabili difficoltà), ma per la subordinazione dell’Italia dinanzi alle industrie hi-tech straniere, per la inconsapevole sottomissione a governi e servizi segreti esteri che adoperano router e altre diavolerie come moderne forche caudine, per (a voler esser romantici) la libertà e per i diritti civili di tutti noi.

Il 5G è la strada, gli strumenti che se ne servono sono le auto.

Sulle vie di comunicazione si possono mettere blocchi o costringere a deviazioni, ma ogni operazione del genere è impossibile perché caselli, corsie e guard-rail sono dominate da qualcun altro.

Gli strumenti hardware e software su cui esercitare il potere di ascoltare, registrare e acquisire, impongono (quasi fossero davvero vetture in movimento) di procedere a maggior velocità, con superiore capacità di guida, con ottima conoscenza di curve e scorciatoie.

L’Italia ha rinunciato ad esser padrona delle strade e quindi non può certo pretendere di cambiare un assetto che ha progressivamente determinato grazie a scelte sbagliate, opera di persone sbagliate al posto sbagliato. La fedeltà politica o, ancor peggio, devozione e ubbidienza sono state le caratteristiche su cui si è incernierata la strana meritocrazia delle nostre parti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

L’Italia ha perso l’opportunità di avere vera capacità operativa nel mutevole scenario del contrasto al crimine organizzato o al terrorismo, castrando eccellenze come il GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza o consentendo l’esodo delle persone qualificate che in altre realtà pubbliche venivano quotidianamente mortificate da vertici incapaci di riconoscerne le professionalità. Si è preferito vivere di dichiarazioni roboanti, di protocolli di intesa, sostanzialmente di chiacchiere.

Nessuno si è messo a studiare il problema quando ancora c’era il tempo per trovare soluzioni e rimedi. A colpi di slide policrome e di espressioni anglofone apparentemente dotte si è messa KO la speranza di farcela.

Chi delinque (torneremo a parlarne) non adopera WhatsApp o Telegram, ma si avvale di tecniche ben più sofisticate. Ha soprattutto la consapevolezza che la forza è nel costante cambiamento, è nel non dare l’opportunità agli altri di organizzarsi. Qui da noi, dove chi dovrebbe non si organizza nemmeno, la vita del bandito è davvero facile. E la colpa non è certo del 5G.

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