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Perché la tedesca Wirecard tracolla non solo in Borsa

di

wirecard Commerzbank, Abn Amro e Ing pagamenti transfrontalieri

Wirecard crolla in Borsa, dopo aver avviato domanda di insolvenza al tribunale di Monaco. Tutti i dettagli

 

Ancora problemi in casa Wirecard. La fintech tedesca per i pagamenti elettronici, che nei giorni scorsi ha ammesso l’ammanco di 1,9 miliardi di euro nelle casse dell’azienda (forse non sono mai esistiti), crolla al Dax dopo aver chiesto al tribunale l’avvio di una procedura di insolvenza.

Tutti i dettagli.

IL CROLLO IN BORSA

Il titolo Wirecard al momento in cui scriviamo (16.30) cede il 70%, a 3,60 euro e, per il calo eccessivo, è stato anche provvisoriamente sospeso nella mattinata. Un deciso crollo rispetto alla quotazione di 104,5 euro di mercoledì 17 giugno (il giorno prima dello scoppio dello scandalo). Il titolo ha raggiunto anche i 199 euro, per una capitalizzazione massima di 28 miliardi di euro.

RICHIESTA DI INSOLVENZA

A far crollare le azioni è la richiesta di insolvenza di Wirecard al tribunale di Monaco. Richiesta, spiega la fintech tedesca, dovuta al “sovra-indebitamento” e che potrebbe essere effettuata anche per altre filiai.

L’insolvenza riguarda 3,5 miliardi di euro, secondo fonti vicine al dossier. L’importo comprende in particolare 1,75 miliardi di crediti presso 15 banche e 500 milioni di titoli obbligazionari. Le somme, fa sapere una fonte, non saranno probabilmente mai rimborsate ai creditori, se non in minima parte.

COSA E’ ACCADUTO

Ma facciamo un passo indietro. La burrasca sulla società tedesca si è abbattuta lo scorso giovedì, quando, l’azienda, dopo dubbi degli analisti e prime indagini, ha ammesso un buco da 1,9 miliardi di euro nelle casse. L’azienda, contestualmente, ha rinviato la presentazione del bilancio 2019 e annunciato la possibile revisione dei vecchi bilanci.

BRAUN ARRESTATO

In seguito a quanto rivelato, le autorità tedesche hanno arrestato l’ex amministratore delegato della fintech Wirecard, Markus Braun, con l’accusa di aver gonfiato il totale delle attività e dei ricavi delle vendite della società e aver manipolato il mercato, falsificando i proventi delle transazioni con i cosiddetti acquirenti terzi. Braun è stato poi rilasciato su cauzione.

LA CONVERSIONE DI SCHOLZ

La questione scuote la Germania intera e i regolatori. La Consob tedesca, la Bafin, nonostante i dubbi di analisti ed investitori, si è sempre schierata dalla parte della fintech, minacciando, racconta il Sole, anche eventuali azioni legali contro gli “speculatori” e i giornalisti (c’è stata un’inchiesta del Financial Times) che mettevano in dubbio la regolarità i conti di Wirecard.

Clamorosa conversione a “U” del ministro delle Finanze Olaf Scholz il quale, dopo aver elogiato a caldo lunedì il lavoro «duro e buono» dei regolatori sulla vicenda, è tornato sui suoi passi – ha sottolineato il Sole 24 Ore nella corrispondenza da Berlino – con una doppia intervista rilasciata a Reuters e a Faz per denunciare «le problematiche emerse sulla supervisione della società, specialmente per quanto riguarda il controllo della contabilità e del bilancio», dove «i revisori dei conti e le autorità di vigilanza non sono stati efficaci».

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